Scrivere significa riscrivere, quante volte l’abbiamo sentito? Si tratta di un buon consiglio, soprattutto se la riscrittura non si limita a correggere qualche refuso. Rileggere, e riscrivere, serve a dare profondità e vastità al mondo narrativo che stiamo cercando di costruire, con fatica, parola per parola.
Ampliare, dare profondità: non c’è un manuale di istruzioni per farlo, una risposta univoca. Ogni storia è un mondo a sé. Se è ovvio che le varie riscritture servono a conoscere meglio i personaggi e il mondo in cui si muovono, è altrettanto vero che ci sono alcune attenzioni che sfuggono a chi è alle prime armi.
Penso a ciò che accade appena fuori dall’inquadratura, e che quasi mai viene considerato. Ed è un peccato perché è proprio lì che sta la verosimiglianza del mondo che si sta raccontando: in quel che, apparentemente, non c’entra. Chi inizia a scrivere si concentra, a volte spasmodicamente, su personaggi e trama. Il che è un bene, ripeto, ma una storia è fatta anche di altro.
Immaginiamo di avere una conversazione di persona con qualcuno che non conosciamo. Il nostro interlocutore non stacca gli occhi di dosso da noi, nemmeno per un attimo. Potremmo sentirci a disagio, percepire un’invasione di campo. Ogni tanto c’è bisogno di allentare la presa e di guardare oltre. Vale anche quando si racconta. Faccio un altro esempio, questa volta letterario, da 4321 di Paul Auster (Einaudi). Riporto un paragrafo, interrotto dalle mie considerazioni.
Il 5 maggio 1945, tre giorni prima che finisse la guerra in Europa, zio Archie morì improvvisamente d’infarto. Aveva quarantanove anni, un’età assurdamente giovane per morire, e a rendere la situazione ancora più assurda, il funerale fu celebrato nel giorno della Vittoria in Europa…
Una famiglia spezzata da un lutto precoce: è un evento importante, tanto da catalizzare tutta l’attenzione di chi lo sta raccontando. O per lo meno, questo è quel che capita ai narratori in erba, che con ogni probabilità si fermerebbero qui o indugerebbero nella descrizione del funerale. Vediamo come si comporta Auster.
… il funerale fu celebrato nel giorno della Vittoria in Europa, ragion per cui quando l’inebetita famiglia Adler lasciò il cimitero e tornò nell’appartamento di Flatbush Avenue a Brooklyn, la gente ballava per le strade del quartiere, strombazzava con i clacson e urlava a squarciagola per festeggiare la fine di una metà della guerra.
Del funerale non sappiamo niente. Riprendiamo le sorti della famiglia mentre torna a casa e trova quel che, di solito, sta fuori dall’inquadratura: i festeggiamenti per la vittoria. La folla e le urla occupano la scena e rendono il lutto dei protagonisti ancora più esasperato. Non c’è silenzio né spazio, in questa storia, per il dolore dei protagonisti. Ed è proprio nell’impossibilità di viverlo che risalta in tutta la sua disperazione.
Il chiasso continuò per ore mentre la moglie di Archie, Pearl, e le loro gemelle diciannovenni, Betty e Charlotte, i genitori e la sorella di Rose, Rose e Stanley, i quattro componenti ancora in vita del Downtown Quintet, una decina e più di altri amici, parenti e vicini, sedevano o stavano in piedi nel silenzioso appartamento con gli scuri abbassati.
Il chiasso all’esterno, il silenzio all’interno. Ora scopriamo come i famigliari e gli amici vivono la notizia della vittoria.
La bella notizia che aspettavano di sentire da tanto tempo sembrava una presa in giro all’orrore per la morte di Archie, e le voci che gioivano e cantavano fuori sembravano una crudele profanazione, come se tutta Brooklyn stesse ballando sulla tomba di Archie.
La storia della famiglia incontra la Storia, quella con la maiuscola. Ne esce un’immagine potente, crudele e bellissima: tutta Brooklyn balla sulla tomba di Archie. Potrebbe finire qui, invece Auster ci regala un altro spaccato: si avvicina ad alcuni personaggi e ci svela come esprimono il proprio dolore.
Fu un pomeriggio che Rose non avrebbe mai dimenticato. Non solo per la propria sofferenza, che fu memorabile, ma perché Mildred fu così presa dalla disperazione da scolarsi sette whisky e svenire sul divano, e perché per la prima volta nella vita Rose vide suo padre scoppiare a piangere. Fu anche il pomeriggio in cui decise che se fosse stata così fortunata da avere un figlio, lo avrebbe chiamato Archie.
C’è la disperazione e c’è il risvolto tragicomico, c’è il pianto disperato e la vita che riaffiora dalle macerie. Fuori si festeggia la fine della guerra, dentro si fanno i conti con la morte, ma anche nell’appartamento silenzioso c’è spazio per un pensiero dedicato alla vita che continua con il desiderio di un figlio, da chiamare Archie.
4321 è ricco di momenti del genere, in cui quel che non riguarda direttamente il o i protagonisti entra in scena e, in apparenza, la ruba. È un grande insegnamento per chi scrive e, soprattutto, riscrive. Mostra come ampliare l’orizzonte e arrivare ad abbracciarlo tutto intero nella pagina.
Non si tratta di esercizi di stile ma di imparare a calare la storia che si vuole raccontare nel contesto in cui è ambientata. Si tratta di togliere qualche paletto ai propri personaggi: sono, sì, funzionali alla trama, ma sono anche parte di un mondo più grande.

Interessante , se ho ben compreso, in questo brano, ci viene consigliato di raccontare, le nostre storie, come se guardassimo dall’obbiettivo di una vecchia cinepresa e di “zumare” al contrario del solito, dove quasi sempre cerchiamo di concentrarci sul fatto principale, che vogliamo descrivere e che sì è importante, ma non per tutti. Perché allargando l’immagine, che circonda l’evento , (che è il nostro punto focale,) ci rendiamo conto che intorno al dramma che stanno vivendo quel gruppo di persone, si contrappone la felicità della moltitudine di persone , che li circonda, proprio perché in quello stesso giorno è accaduto un fatto che prevarica il dolore di quei pochi. sta finendo la guerra….e tante persone saranno salve. Ma poi è giusto ritornare a concentrarsi sul nostro racconto cercando di trovare anche aspetti positivi, perché la vita continua.
Proprio così Domenico. Grazie e buona scrittura!