I tempi verbali: L’amica geniale di Elena Ferrante

Della saga di Elena Ferrante si è parlato tanto: i quattro libri de L’amica geniale, Edizioni E / O, sono stati amati dai lettori di tutto il mondo, osannati dalla critica estera – meno da quella italiana, ma si sa, nemo propheta in patria. Nuovo lustro alle vicende di Lila e Lenù è arrivato anche dalla serie tv.

Molto si è detto sull’amicizia ambivalente tra le due protagoniste e sul rione, a sua volta un personaggio della storia. Meno si è detto sullo stile dell’autrice ed è un peccato, perché c’è molto da imparare dalla scrittura di Elena Ferrante. A partire dall’uso dei tempi verbali.

Il tempo verbale

Una delle domande che tornano spesso in classe è: meglio scrivere una storia al presente o al passato? Non ci sono risposte universalmente valide a quesiti simili, ogni storia è un viaggio a sé. Quel che sfugge, soprattutto a chi è alle prime armi, è che la scelta non ha solo a che fare con il tempo della storia.
Raccontare al passato significa, com’è ovvio, narrare vicende già accadute ma significa anche avere la possibilità di utilizzare uno sguardo retrospettivo: ciò che so oggi, che ho compreso da allora a oggi, può plasmare il racconto di quel che è accaduto in passato.

Un esempio raffinato delle implicazioni della scelta di un tempo verbale ce lo offre il quarto libro della saga di Ferrante, Storia della bambina perduta.

L’imperfetto

Nino, compagno di Elena, sta scrivendo un saggio su lavoro e robotizzazione ma ha bisogno di confrontarsi con un tecnico che lo aiuti a raccapezzarsi. Elena conosce qualcuno che potrebbe aiutarlo.

Gli avevo detto: parla con Enzo Scanno, lui è bravo. Mi aveva chiesto distrattamente: chi è Enzo Scanno. L’uomo di Lina, gli avevo risposto. Aveva detto con un mezzo sorriso: allora preferisco parlare con Lina, ne sa sicuramente di più. E come se gli fosse tornata la memoria, aveva aggiunto con una punta d’astio: Scanno non era il figlio scemo della fruttivendola?
Quel tono mi restò impresso. Enzo era il fondatore di una piccola azienda innovativa, una cosa miracolosa se si pensava che la sede si trovava nel cuore del rione vecchio. Nino avrebbe dovuto mostrare nei suoi confronti – proprio in quanto studioso – interesse e ammirazione. Invece lo aveva riportato, grazie a quell’imperfetto – era –, al tempo della scuola elementare, al tempo in cui aiutava in bottega la madre o girava insieme al padre col carretto e non aveva tempo di studiare e non brillava. A Enzo aveva tolto con fastidio ogni merito, li aveva attribuiti tutti a Lila.

Nel libro il verbo era è in corsivo. Qui in grassetto, per distinguerlo dalla citazione (a sua volta in corsivo).

Le implicazioni

Enzo è un personaggio che ha avuto un’evoluzione importante. Appare sin dal primo volume dove è in classe con Lila e Lenù e al tempo stesso fa il garzone di bottega nel negozio dei suoi genitori. Crescendo, continua a lavorare e si chiude in un silenzio che, a un primo sguardo, pare indifferenza. Solo più tardi si scoprirà che quel silenzio celava una caparbietà rara: il giovane riprende a studiare in età adulta, con fatica, frequentando le scuole serali dopo il lavoro. Si diploma e si specializza in informatica.

Le umili origini di Enzo e il suo rendimento scolastico nei primi anni di studio e fatica si tramutano, nelle parole di Nino, in un giudizio offensivo: “il figlio scemo della fruttivendola”.
Il tempo verbale scelto da Nino – “Scanno non era il figlio scemo della fruttivendola?” – inchioda Enzo a un passato difficile, annientando la sua rivalsa.

Elena – Lenù – si sofferma sull’uso dell’imperfetto e spiega il potere della scelta svilente di Nino. Oltre a essere un’acuta osservazione sul compagno è anche una riflessione interessante sull’impatto di una scelta che, a prima vista, potrebbe sembrare scontata: che altro tempo verbale avrebbe dovuto usare Nino?

È presto detto: se avesse chiesto “Scanno non è il figlio scemo della fruttivendola?” la sua affermazione non avrebbe avuto senso. Enzo, negli anni, ha dimostrato di essere tutt’altro che scemo: la sua “piccola azienda innovativa, una cosa miracolosa” ne è la prova. Nino lo sa, per questo evita il tempo presente.

L’imperfetto gli dà il potere di riavvolgere gli anni, azzerare le ultime decadi e rinnovare l’opinione che all’epoca tutto il rione si era fatto di Enzo. Che veniva considerato, senza andare troppo per il sottile, “il figlio scemo della fruttivendola”.

I libri de L’amica geniale contengono, oltre alle vicende delle due amiche, molte lezioni di scrittura. Leggere, e rileggere, per credere.

Qui Daria Bignardi intervista Elena Ferrante.