di Martina Riccò
Partiamo dai fatti. Mia madre era cattiva. Non severa, rigida, esigente. Era proprio cattiva. Dovevo fare tutto quello che diceva lei, “perché sì”. E non potevo fare nulla di quello che desideravo io, “perché no”. Papà non si metteva mai in mezzo. Quando c’era, si limitava a guardarmi negli occhi dicendo: “Fai come dice la mamma”. Dopo aver pronunciato queste parole tornava alla sua occupazione (per lo più leggere il giornale, a volte riparare un vecchio orologio, o, se era domenica, tagliare a fettine l’arrosto) e senza muoversi lasciava la stanza. Inizialmente, quando ero molto piccola, mi opponevo a mia madre con pianti e grida disperate, e ricordo anche di aver ripetutamente sbattuto la testa contro il pavimento per farla impietosire. Ma non è mai successo che mi prendesse in braccio, né che mi consolasse con parole dolci e baci. A un certo punto ho smesso di ribellarmi e ho accettato i confini imposti dai miei. All’interno di quei “perché sì” e “perché no” sono cresciuta e mi sono fatta donna. Non so se mia madre fosse contenta di me, non gliel’ho mai chiesto e ora non posso più farlo: è morta cinque anni fa per un malore che l’ha colpita mentre era in bagno. Nemmeno a mio padre l’ho mai chiesto: se lo facessi, mi risponderebbe che la pensa come la mamma, anche se nessuno dei due sa cosa questo voglia dire.
Luca invece mi apprezza ed è contento di me. Non mi avrebbe chiesto di sposarlo, altrimenti. Anche adesso che mi trovo a tavola con lui, i suoi genitori e i loro amici, non smette un attimo di dimostrarmelo. Siamo seduti uno di fronte all’altra (sua madre ha voluto a tutti i costi che mi mettessi tra lei e la madrina di Luca, di cui non riesco a ricordare il nome) e mi guarda sorridendo, allora io sorrido. E poi mentre mi guarda prende in mano la forchetta, e allora anche io prendo in mano la mia. E poi la appoggio sul piatto come ha appena fatto lui, e mi pulisco la bocca tamponandola con il tovagliolo – ecco, così. Deve aver detto a tutti quanto sono timida, e infatti nessuno mi parla per non mettermi in imbarazzo. Io così tra un sorriso e una posata (non pensavo se ne potessero usare tante per un solo pranzo) posso ascoltare e osservare chi parla. La madrina di Luca, ad esempio, è appena tornata da un viaggio in Uzbekistan, ma si è pentita di esserci andata perché le ha ricordato il Marocco e l’Andalusia. «Ho sprecato dieci giorni della mia vita», ha detto. La mamma di Luca allora l’ha consolata raccontando che lei e il marito (cioè il papà di Luca) da quando si conoscono vanno a Riccione d’estate e a Cortina d’inverno, e che lei avrebbe sprecato volentieri dieci giorni per vedere quelle moschee colore del cielo. Però poi ha cambiato argomento e in una sola frase (non so come ci sia riuscita) ha chiesto a una amica dove avesse comprato le scarpe, a un’altra se il figlio fosse poi tornato all’università, a una terza di farle provare l’anello – un solitario con un diamante rosa incastonato tra tanti diamanti bianchi più piccoli – e infine ha domandato alla bionda che le era seduta di fronte dove fosse andata a fare colore e piega («Perché cara o hai cambiato parrucchiere o hai cambiato marito», ha sentenziato, scatenando una fragorosa risata di gruppo).
Devo dire che è stato molto piacevole partecipare a questo pranzo. Ho mangiato bene e mi è piaciuta la compagnia della mamma di Luca e delle sue amiche. Non sono riuscita ad ascoltare le conversazioni dei mariti perché erano seduti tutti dall’altra parte del tavolo, e anche perché quando giravo la testa verso di loro Luca mi guardava, sorrideva, e poi si voltava in direzione di sua madre, così poi facevo lo stesso anche io. Dopo il dolce – una mousse alla nocciola, racchiusa in un delicato guscio di cioccolato al latte e frammenti di malto – si sono tutti alzati in piedi sfiorandosi la pancia soddisfatti, e io ho fatto lo stesso. Ora i camerieri ci stanno portando pellicce e cappotti e ci ringraziano uno ad uno per essere stati loro ospiti. Io mi infilo il piumino e so che Luca mi sta guardando, così sorrido. La mamma e il papà di Luca sono già usciti, come molti dei loro amici. Ma qualcuno si è fermato al bancone per bere – credo – un liquore. Luca è con loro. Al tavolo non c’è più nessuno e i camerieri non hanno ancora iniziato a sparecchiare. Per come è fatto il ristorante, dal bancone non possono vedermi. E non ci sono finestre che si affacciano all’esterno. La signora bionda che ha cambiato parrucchiere ha lasciato nel bicchiere quasi tutto il vino. Peccato si sia un po’ scaldato, le bollicine le preferisco fredde. La mamma di Luca il vino l’ha bevuto tutto, ma l’acqua no. È frizzante, come piace a me. La sorseggio a occhi chiusi ma poi mi ricordo che devo fare in fretta, se Luca finisce l’amaro si accorgerà che non ci sono e mi verrà a cercare. Mi allungo sul tavolo, sguardo fisso sulla porta vetrata da cui potrebbero entrare i camerieri. Ho la scusa pronta – non trovo più il cellulare –, e intanto bevo, bevo tutto: vino bianco, rosso, spumante, acqua, persino una coca zero. Ci sono bicchieri con il segno del rossetto, in altri galleggiano delle briciole, ma non importa, non importa, bevo tutto.
Esco dalla sala stordita, come sempre. Luca ha appena appoggiato il bicchierino vuoto sul banco, mi guarda, gli sorrido cercando di calmare il battito del cuore – chissà se può sentirlo.
Prendo sotto braccio Luca e mi sembra di sentire la voce di mia madre.
Hai ragione mamma, scusa, non lo farò più.
Martina Riccò l’ho incontrata a lezione, al laboratorio di scrittura che tengo per il master Over 30 di Scuola Holden. Lì è nato questo racconto.
Martina è una giornalista professionista con esperienza nel marketing e nella comunicazione, appassionata di letteratura, arte e teatro, e mamma di due bambini.
Il racconto è originale e inedito. I diritti e la proprietà intellettuale sono dell’autrice.
