Raccontare significa saper scegliere: non si tratta di rovesciare sulla pagina una quantità infinita di eventi e personaggi ma di tratteggiare con cura alcuni personaggi, pochi eventi che, se ben costruiti, diventeranno emblematici.
È questo il senso della formula che fa capolino nei corsi di scrittura e nella manualistica sul tema: dal particolare (o dal personale, nel caso della scrittura autobiografica) all’universale. Le formule sono facili da memorizzare, meno da mettere in pratica. Per questo gli esempi diventano utili e a volte persino memorabili, se tratti da libri bellissimi come Riparare i viventi di Maylis de Kerangal, traduzione di Maria Baiocchi e Alessia Piovanello, Feltrinelli.
Il cardellino
L’evento raccontato nel romanzo si svolge nell’arco di 24 ore. Noi lettori impariamo presto a conoscere i luoghi e i personaggi della storia che si svolge principalmente in un ospedale, al tempo stesso teatro della tragedia per alcuni, luogo di lavoro e fonte di speranza per altri. In alcuni momenti la narrazione si sposta altrove, per mostrare squarci di vita dei protagonisti oltre il reparto, i turni e le decisioni da prendere.
Uno di questi momenti racconta di Hocine, un personaggio che compare solo in questa scena. Hocine commercia cardellini e lo incontriamo perché in passato ne ha venduto un esemplare anche a Thomas, un infermiere che noi lettori abbiamo già incontrato in ospedale. La passione per il canto e per la musica di Thomas ci permettono di conoscerlo non solo come infermiere ma come un giovane uomo che, fuori dall’ospedale, ha una propria vita.
Dietro place des Trois-Horloges, Hocine allevava uccelli di pregio, cardellini di Algeri, quelli autentici. Ne possedeva sempre almeno una decina e non aveva mai fatto altro mestiere, avendo una reputazione di esperto in tutta Bab el-Oued e oltre. Riconosceva ogni specie, le sue caratteristiche e il suo metabolismo, poteva citare a orecchio la provenienza dell’uccello, ovvero il nome della sua foresta natale; arrivavano da lontano per richiedere i suoi servizi, per autenticare, stimare, stanare truffe – gli esemplari marocchini venduti per algerini ma a dieci volte il loro valore, le femmine vendute per maschi. Hocine non lavorava con le reti ma cacciava lui stesso, da solo, con il vischio, partiva per escursioni di diversi giorni, sosteneva di avere i “suoi” posti nelle vallate di Bejaia e di Collo, e di ritorno passava la maggior parte del tempo a coccolare le sue prede. Poiché la superiorità di un cardellino rispetto a un altro si misurava dalla bellezza del canto, lui si adoperava a insegnare loro delle arie – si diceva che quelli di Souk Ahras ne potessero memorizzare una gran quantità –, utilizzava allora un vecchio magnetofono che la mattina diffondeva senza sosta la sua melodia, disapprovando i metodi degli allevatori più giovani – coprire la gabbia, praticarvi due fessure, inserire lettori mp3 che funzionavano tutta la notte. Ma l’emozione del cardellino andava oltre la musicalità del suo canto e riguardava soprattutto la geografia: il suo canto materializzava un territorio. Vallata, sobborgo, montagna, bosco, collina, ruscello. Faceva apparire un paesaggio, sperimentare una topografia, sentire una terra e un clima. Un tassello del puzzle planetario prendeva forma nel suo becco, e come la strega del racconto sputava rospi e diamanti, come il corvo della fiaba lasciava cadere il formaggio, così il cardellino espettorava un’entità solida, odorosa, tattile e colorata. Gli undici di Hocine, una varietà, restituivano così la cartografia sonora di una zona immensa.
I grassetti sono aggiunti da me.
La parte per il tutto
Il canto del cardellino, scrive Maylis de Kerangal, materializza un territorio. È una sineddoche: le sue note sono un paesaggio, un clima, una terra…
I suoi clienti, uomini d’affari in cravatta e occhiali da sole cerchiati di metallo dorato, spesso infagottati in completi grigio chiaro o beige, gli piombavano in casa in pieno pomeriggio come drogati in crisi di astinenza. Gli uccelli cantavano, i compratori ricordavano le corse con i sandali tra gli aghi di pino, distese di ciclamini e sanguinelli rosa, si sbottonavano, bevevano la limonata e, essendo il canto a determinare il valore di un uccello rispetto a un altro, si stabilivano i prezzi. Hocine viveva bene. Un giorno, il giovane erede di una compagnia petrolifera scambiò la sua automobile, una 205 GTI, con l’ultimo cardellino di Bainem che avesse mai tenuto fra le mani, exploit che fondò la leggenda dell’allevatore, da parte sua imperturbabile: l’uccello la valeva tutta, più favoloso dei geni delle fiabe o di quello della lampada magica, non era soltanto un uccello, ma una foresta minacciata, e il mare che la bagna, e tutto quello che li popola, la parte per il tutto, la Creazione stessa, era l’infanzia.
Ecco perché i clienti sono disposti a pagare tanto: perché quel canto li riporta a un tempo che non potranno più rivivere, se non nel ricordo. Il cardellino diventa la parte per il tutto, diventa simbolo della Creazione stessa, dell’infanzia.
Saper scegliere
È questo che si intende con la formula “dal particolare all’universale”. Non racconto l’intera infanzia e lo struggimento, sarebbe un’impresa impossibile. Dunque scelgo un elemento concreto, il canto del cardellino, che comprende un mondo intero. In questo caso, un mondo perduto.
Un racconto, un romanzo prende vita grazie a quel che c’è sulla pagina ma altrettanta importanza ha quel che viene taciuto. Scegliere cosa raccontare significa anche sapere cosa tralasciare, cosa omettere. Ricorrere a una sineddoche, al particolare che contiene l’universale, serve non solo a risparmiare fiumi di parole che annoierebbero inutilmente i lettori. Serve soprattutto a rendere immediatamente comprensibile, concepibile un concetto (o un’epoca, un’emozione…) a chi legge grazie al ricorso a un particolare che diventa un simbolo.
A pensarci bene, il cardellino è un soggetto ricorrente non solo nella pittura ma anche nella letteratura – basti pensare al romanzo di Donna Tartt. Dipenderà dal fatto, come svela Maylis de Kerangal in queste righe, che il suo canto contiene moltitudini.
Per chi volesse saperne di più sull’autrice, una bella intervista di Paolo Di Paolo per Vanity Fair.
