Racconto – Welcome To Khandwala

di Enrico Marchetto

Michele.

C’è Michele, che ho trascinato con me a fare il volontario due anni fa.
Michi è il mio amico picchiatello: esaurimento nervoso e depressione durante il lockdown e gite al Centro di Igiene Mentale insieme, perché io facevo da accompagnatore.
Nell’aprile del 2020 lo accompagno al CIM di Barcola sotto casa nostra. Di fronte al cancello c’è un signore in camice bianco che ci punta la pistola sulla fronte. Ma è la pistola per misurare la febbre, rituale di quei tempi. Tutto ok, possiamo passare.
Tentiamo di oltrepassare la porta di ingresso ma il signore in camice bianco intima lo stop: un altro passaggio di misurazione della febbre. Siamo in una struttura sanitaria, presumo che i controlli siano molto rigidi.
Maddalena, la dottoressa di Michi ci accoglie e ci fa accomodare. Il signore in camice bianco, punta la pistola contro la dottoressa.

“Tutto ok” – dice.
“Grazie Osvaldo”.

Solo allora comprendiamo che quello che ci sembrava un infermiere è in realtà un paziente del CIM.
Michele, tra i volontari, è quello sicuramente più cinico.
Due giorni fa eravamo di turno alla mensa da campo allestita dai boyscout, ma stranamente c’erano pochissimi migranti in coda, credo fosse per via della gelata di queste notti che li ha tenuti lontani da Trieste.
“No, credo non sia il maltempo” – dice Michi – “credo siano i primi effetti dell’intelligenza artificiale che ruba il lavoro anche a loro”.

I crediti di questa foto e delle successive sono di Linea d’Ombra.

Anna.

Poi c’è Anna.
Lei coordina la mensa.
La lotteria della sua vita fa delle estrazioni periodiche e per questo mese è uscito uno dei biglietti più originali: “Non bevo più perché l’alcool è un simbolo del partriarcato”.
Anna ne aveva estratti altri tre quest’anno ma tutti abbastanza ordinari. “Frequento un tizio di Roncade da giugno, ma non ci fidanziamo perché ho bisogno di sentirmi libera” ma anche “Vado in vacanza in Polonia” e “Bisogna imparare a dire no ai clienti”.
Quello dell’alcol di sicuro è il meno socialmente desiderabile.
Aveva letto di questa femminista americana ex alcolista che sosteneva che in questa società siamo disposti a sostenere e a sopportare di tutto, dal team building facendo rafting sui fiumi del Trentino al gender reveal scoppiando palloncini azzurri per il bambino e rosa per le bambine, ma c’era una cosa che è impossibile da mettere in discussione: che qualcuno beva.
Se non bevi sei un’anomalia.
Figurati in Veneto.
Figurati in Friuli.
Figurati a Trieste.

“Il fatto è che per una donna già in contesto di sottomissione, un’ulteriore dipendenza rappresenta la sottomissione della sottomissione. Pensa che c’è uno studio che ti prova che i medici consigliano molto più agli uomini di smettere di fumare rispetto alle donne. E sai perché? Perché tanto sanno che alla donna spetta la maternità e quindi per forza di cose smetterà di bere e di fumare. Nessun gruppo sociale ti perdonerà mai una sigaretta o un bicchiere di birra se sei incinta. Il patriarcato ha già programmato il mio periodo di detox obbligatorio”.

Anna era la protagonista del racconto che ho consegnato per diplomarmi alla Scuola Holden: la immaginavo posseduta da un’entità maligna. Il dio cattivo la guidava contro la sua volontà in farmacia a comprare 5 confezioni di Verecolene, il lassativo più potente in circolazione. Le faceva mischiare il contenuto nella pentola da campo insieme alla zuppa. Morivano due migranti nei più atroci dolori intestinali, gli altri erano sopravvissuti ma Piazza Libertà era una distesa di merda.

Giovanni.

Poi c’è Giovanni, che arriva sempre all’ora di punta, alle 18.
Indossa la sua uniforme dell’Agesci di Trieste 2, quella del suo clan, con il fazzoletto annodato che pende dal collo sopra il giubbotto invernale.

Giovanni arriva da solo e se ne va da solo la sera tardi.
Perché se c’è una cosa che ti insegnano agli scout è di non aver paura di nulla. Nemmeno di occuparsi dell’igiene dei migranti.
Giovanni è il figlio di Paola, la mia migliore amica, ha 12 anni e da due anni ogni settimana aiuta i medici del DONK, il presidio sanitario che accoglie in Piazza Libertà principalmente Afgani e Pakistani.

Si è fissato da un paio di giorni che Abil, un ragazzino che viene dalle parti di Kabul e che è in attesa di un passaggio in Francia, sia l’erede della setta degli assassini. Ma solo perché in gran segreto l’ha preso in parte e gli ha mostrato un minuscolo coltello dei Fedayn. Gliel’ha regalato suo padre prima che l’intero villaggio venisse messo sottosopra dall’esercito. Il giorno prima di riuscire a scappare. Un paio di mesi fa.

Salvatore.

Poi c’è Salvatore.
Il comandante della pattuglia di sbirri, fissi ogni giorno in Piazza Libertà e responsabili del presidio dei migranti e della sicurezza.
Come ogni poliziotto, Salvatore ha un secondo lavoro ed è il titolare di una palestra.

“Ridimmi il nome che me lo devo segnare”.
“Graukäse. Si scrive graukase ma ci devi mettere due punti sopra la “a” perché è roba tedesca”.
“Ed è completamente senza grassi?”.
“Sì completamente. Praticamente è un formaggio che coagula senza usare il caglio. E tu ti mangi, fai conto, 20 grammi di proteine ogni 100 grammi di prodotto a 0 grassi. Ripeto: 0 grassi, ma zero proprio”.

Lui e Massimo sono come Starsky e Hutch, una coppia di poliziotti inseparabili e da quando si conoscono le proteine sono una specie di loro Santo Graal.

Io.

Poi ci sono io.
Che dal 2020 supporto Linea D’Ombra. Una Onlus che si occupa dei migranti che percorrono la rotta dei Balcani. Partono dall’Afghanistan, risalgono Macedonia, Montenegro, Croazia e Slovenia, schivando la Serbia ovviamente. Perché quella è morte certa. Anche il confine Croato è una partita a dadi con la vita, ma il migrante è sempre un ottimo scommettitore e si gioca tutte le sue fiches dove le probabilità, anche se poche, sono a favore.
Poi arrivano a Trieste, la loro Zion, perché Trieste per loro è libertà. Da qui si parte per il resto dell’Europa e inizia una nuova vita.

I migranti avevano un rifugio a Trieste. Si chiamava Silos. Noi lo chiamavamo “Khandwala”, “città in rovina” nella lingua Farsi.
Poi il Sindaco l’ha sigillato.
E da un anno ci occupiamo di loro all’aperto, in Piazza della Libertà, esattamente di fronte alla Stazione dei Treni.
Il termometro segna 4°. C’è il vento.


Enrico Marchetto vive a Trieste e insegna all’Università di Udine. Ha fondato Noiza, una delle prime agenzie in Italia a occuparsi di advertising su Facebook e Instagram. Ha pubblicato, con Apogeo, Marketing in un mondo digitale (2018), Facebook e Instagram: strategie per una pubblicità che funziona (2019) e Confessioni di un marketer (2024).

Il racconto è originale e inedito. I diritti e la proprietà intellettuale sono dell’autore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *