Se c’è qualcosa di cui si può essere certi, quando si parla di storie, è che sono teatro di cambiamento. I personaggi che le abitano combattono, fuggono, affrontano prove, nemici, conflitti interiori, fanno la rivoluzione, soccombono, si struggono. In una parola, cambiano – e se la storia è ben costruita, la loro trasformazione permette anche a noi di cambiare pelle, almeno per un po’.
C’è qualcos’altro di cui si può essere certi, quando si parla di storie: non appena si acchiappa una regola, ecco che spunta l’eccezione. Vale anche per i personaggi. Penso a Bartleby di Herman Melville o a Novecento di Alessandro Baricco: due protagonisti, due punti fermi in un mondo che evolve, si muove, cambia attorno a loro.
I libri sono, chiaramente, Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street e Novecento. Un monologo.
Bartleby
Il narratore di Bartleby lo scrivano (si trova nei cataloghi di vari editori, la mia è un’edizione Einaudi con testo originale a fronte, traduzione di Enzo Giachino) è il titolare di uno studio legale di Wall Street che racconta una vicenda che l’ha toccato da vicino. L’uomo è alla ricerca di un copista da affiancare agli altri dipendenti, oberati di lavoro. All’annuncio di lavoro risponde Bartleby: all’inizio si dimostra veloce, preciso e affidabile nello svolgere il lavoro di copista ma rifiuta qualsiasi altra mansione. Col procedere della trama, Bartleby si rifiuterà di svolgere qualsiasi incarico, così come di lasciare l’ufficio quando il titolare dello studio lo licenzia. “I would prefer not to”, “Preferirei di no”, è la frase che l’ha reso riconoscibile e indimenticabile.
Di seguito un estratto. Il titolare dello studio chiede a Bartleby di interrompere il proprio lavoro per esaminare un documento insieme a lui.
Immaginate pertanto la mia sorpresa, anzi la mia costernazione, quando, senza nemmeno uscire dal suo rifugio, Bartleby, con tono stranamente dolce, ma al tempo stesso fermo, mi rispose: — Preferirei di no.
Rimasi seduto per qualche tempo in assoluto silenzio, come per riavermi dal mio stupore. Poi mi dissi che, con ogni probabilità, non avevo sentito bene, o che Bartleby non aveva capito ciò che gli avevo chiesto. Pertanto ripetei l’invito, quanto più chiaramente mi fu possibile, e con altrettanta chiarezza mi pervenne la risposta di prima: — Preferirei di no.
— Preferirei di no! — risposi io, balzando in piedi tutto eccitato e attraversando la stanza con un passo solo. — Ma che volete dire? Siete impazzito? Esigo che voi mi aiutiate a collazionare questa copia, ecco — e gliela spinsi sotto il naso.
— Preferirei di no, — mi dichiarò una terza volta Bartleby.
Io lo guardai immobile. Un volto smunto e composto, gli occhi grigi, opachi, spenti. Non pareva turbato dalla minima agitazione. Avessi scorto nei suoi modi una certa inquietudine, ira, impazienza, impertinenza, in altre parole avessi notato in lui qualcosa di comprensibile, di umano, senza dubbio l’avrei su due piedi cacciato dal mio ufficio. Ma, così com’era, mi sarebbe stato più facile cacciare dall’ufficio il pallido busto in gesso di Cicerone. Rimasi a contemplarlo per qualche tempo, mentre lui continuava tranquillo a copiare, poi tornai alla mia scrivania. «È una cosa ben strana, — mi dissi. — Che dovrei fare?»
Novecento
Novecento (ed. Feltrinelli) è raccontato da un trombettista. Le vicende che narra sono ambientate in un transatlantico dove il protagonista, Novecento, verrà abbandonato appena nato e trascorrerà tutta la propria esistenza. Crescendo si rivelerà un pianista formidabile, un talento naturale, ma non riuscirà mai a superare la paura di scendere a terra.
Di seguito un estratto. A raccontare è il trombettista Tim Tooney.
Ci vollero degli anni, ma alla fine, un giorno, presi il coraggio a quattro mani e glielo chiesi. Novecento, perché cristo non scendi, una volta, anche solo una volta, perché non lo vai a vedere, il mondo, con gli occhi tuoi, proprio i tuoi. Perché te ne stai su questa galera viaggiante, tu potresti startene sul tuo Pont Neuf a guardare le chiatte e tutto il resto, tu potresti fare quello che vuoi, suoni il pianoforte da dio, impazzirebbero per te, ti faresti un sacco di soldi, e potresti sceglierti la casa più bella che c’è, puoi anche fartela a forma di nave, che ti frega?, ma te la metteresti dove vuoi, in mezzo alle tigri, magari, o in Bertham Street… diosanto non potrai continuare tutta la vita ad andare avanti e indietro come uno scemo… tu non sei scemo, tu sei grande, e il mondo è lì, c’è solo quella fottuta scaletta da scendere, cosa sarà mai, qualche stupido gradino, cristo, c’è tutto, alla fine di quei gradini, tutto. Perché non la fai finita e te ne scendi da qui, una volta almeno, una sola volta.
Novecento… perché non scendi?
Perché?
Perché?
Titolo
I manuali, così come i corsi di scrittura, spiegano come caratterizzare un personaggio e come farlo evolvere – basti pensare all’arco di trasformazione del personaggio di Dara Marks. Ma non tutti i personaggi sono uguali: in alcuni può esserci un desiderio di cambiamento che non diventa azione, come accade a Novecento. Altri possono cristallizzarsi, anziché cambiare insieme al mondo che li circonda, come accade a Bartleby.
Imparare a vedere questi personaggi, saperli riconoscere e comprendere significa ampliare il proprio sguardo di lettori e, per chi scrive, di narratori.
