Il flashback: Patria di Fernando Aramburu

Le storie concedono superpoteri a chi le racconta e a chi le riceve. Altrimenti come si spiega la capacità di superare la cronologia che ci vincola alla tripartizione passato – presente – futuro, sempre uguale a sé stessa? Chi racconta può mescolare le carte e chi legge un romanzo (o guarda un film, o assiste a uno spettacolo teatrale…) si ritrova così a viaggiare nel tempo.

Gli strumenti che permettono di superare i vincoli del tempo lineare sono il flashback (o analessi) e il flashforward (o prolessi). Ci sono vari modi per accompagnare i lettori nei salti temporali, per chi volesse approfondire ne ho già scritto qui. Mi soffermo sulla costruzione di un flashback in cui il salto nel passato non è dichiarato dal narratore ma viene suggerito. Vediamo come, analizzando un estratto di Patria di Fernando Aramburu, traduzione di Bruno Arpaia, Guanda.

Il dialogo

La scena che prendo in considerazione è nel capitolo 9 il cui titolo è Sangue. Qui Bittori, la protagonista, parla con il figlio Xabier, medico, che è passato a trovarla e a farle un prelievo del sangue. I due parlano e noi lettori possiamo seguire la loro conversazione grazie al discorso diretto.

Xabier, che tende a essere silenzioso, parlava di qualunque cosa pur di distrarre la madre. Dei begli occhi sonnolenti di Ikatza, che si leccava le zampe sulla poltrona. Di quanto care erano le castagne quell’anno.
«E a te cosa importa delle castagne con lo stipendio che hai?»
Bittori, la manica rimboccata, il braccio appoggiato con il gomito sul tavolo del salotto, voleva parlare, non che le parlassero. Un argomento le riempiva la bocca: Nerea.
Nerea questo, Nerea quello. Lagnanze, fronte corrucciata, rimproveri.
«Lo dico a te perché sei mio figlio e c’è confidenza. Non ce la faccio più con lei. Non ce l’ho mai fatta. Dicevano che il primo parto è il peggiore, che per gli altri la strada è già spianata. Invece a me ha fatto più male il suo parto che il tuo. Ma molto, molto di più. E poi, che bambina difficile. E da adolescente, non te lo dico nemmeno. E adesso, ancora peggio. Pensavo che dopo quello che è successo all’aita avrebbe messo la testa a posto. Mi ha amareggiato il lutto.»
«Non dire così. A suo modo, ha sofferto quanto te e me.»
«Lo so che è mia figlia e che non dovrei parlare così, ma a cosa serve non dire quello che provo se, anche se sto zitta, non smetterò di provarlo? Mi è sempre più difficile non avercela con lei. Non ho più l’età per sopportare certi comportamenti, mi capisci? Quattro giorni fa se n’è andata a Londra con quell’irresponsabile del marito.»
«Ti ricordo che mio cognato ha un nome.»
«Non lo sopporto.»
«Enrique, se non ti dispiace.»
«Per me si chiama Nonlosopporto.»

Il passaggio

Da qui in poi la narrazione cambia: il dialogo tace e prende spazio il ricordo, risvegliato dalla vista del sangue.
I grassetti sono miei.

L’ago penetrò con facilità nella vena. La sottile sonda si colorò rapidamente di rosso.
Rosso. Xabier, Xabier, devi andare a casa, è successo qualcosa a tuo padre. Si capiva che era qualcosa di brutto. E quelle parole, è successo qualcosa, erano rimaste a risuonare dentro di lui in un presente interminabile, bruscamente congedato dal fluire del tempo. Non gli avevano fornito altri particolari né lui si era azzardato a domandare; ma si rendeva già conto, dalla faccia della collega che gli aveva comunicato la notizia e dall’espressione di quelli che incrociava nei corridoi, che a suo padre doveva essere successo qualcosa di molto grave, qualcosa di molto rosso, il peggio. In nessun momento aveva pensato alla possibilità di un incidente. Aveva visto, lungo il tragitto verso l’uscita dell’ospedale, sopracciglia compunte, fronti striate di orrore/compassione e un vecchio collega che aveva bruscamente fatto marcia indietro per non ritrovarsi con lui in ascensore. L’ETA, dunque. Mentre attraversava il piazzale del parcheggio, aveva stabilito tre gradi di gravità: mobilità limitata, tutta la vita sulla sedia a rotelle, la bara.
Rosso. La mano gli tremava tanto che non riusciva a infilare la chiave nel quadro. E gli era caduta e aveva dovuto abbassarsi e cercarla sotto il sedile. Forse sarebbe stato più sensato andare in taxi. Accendo la radio, non l’accendo? Per la fretta, aveva dimenticato di togliersi il camice. Parlava da solo, aveva maledetto i semafori rossi, aveva detto parolacce. Alla fine, in vista delle prime case del paese, aveva deciso di accendere la radio. Musica. Girava, nervoso, la manopola. Musica, pubblicità, stupidaggini, battute.
Rosso. La Ertzaintza l’aveva obbligato a fare una deviazione. Aveva parcheggiato in una zona vietata dietro la chiesa. Se mi vogliono fare la multa, me la facciano. Pioveva forte e lui aveva percorso il tragitto più in fretta che poteva. A quel punto aveva già sentito la notizia alla radio, anche se l’annunciatore non conosceva le condizioni fisiche della vittima. E per di più aveva detto male il cognome. Tra il garage e la casa dei genitori, Xabier aveva visto la macchia di sangue, mischiata con l’acqua della pioggia che la trascinava a poco a poco verso il bordo del marciapiede. Camminava così in fretta, così nervoso, che per poco non l’aveva calpestata. Con gli agenti della Ertzaintza si era identificato come figlio. Figlio di chi? Nessuno glielo aveva chiesto. Il camice bianco gli aveva aperto la strada, a meno che non avesse così chiaramente un aspetto da famigliare della vittima che a nessun ertzaina era passato per la testa di chiedergli dove andava.

Il colore Rosso, evocato a ogni capoverso, ci trattiene nel ricordo di Xabier. Noi lettori siamo in casa con lui e la madre, alle prese con un banale prelievo del sangue, e siamo contemporaneamente nel suo passato. La ripetizione di Rosso è un indizio prezioso perché indica che il flashback prosegue, ed è particolarmente utile dato che la fine del ricordo non è esplicitata.

Il ritorno

«Non mi ha ancora chiamato.»
«Magari ti ha chiamato e tu eri uscita. Io ti ho chiamato ieri e l’altroieri. Non hai risposto. È uno dei motivi per cui sono venuto a trovarti. Volevo assicurarmi che stessi bene.»
«E se avevi tutte queste preoccupazioni, perché non sei venuto prima?»
«Perché sapevo dov’eri e dove hai passato le ultime notti. Lo sa tutto il paese.»
«Cosa ne sanno di me?»
«Sanno che scendi dall’autobus alla fermata della zona industriale e che poi vai a casa cercando di non incrociare nessuno. Me l’ha raccontato in ospedale qualcuno che ti ha visto. Per questo non mi sono allarmato. E può darsi che Nerea abbia fatto diversi tentativi di parlare con te. Non ti chiederò che intenzioni hai. È il tuo paese, la tua casa. Ma in caso tu voglia far rivivere storie del passato, ti sarei grato se mi tenessi al corrente.»
«Sono cose mie.»
Xabier ripose i suoi strumenti e il campione di sangue nella valigetta.

Torna il discorso diretto tra Bittori e Xabier: siamo di nuovo con loro, in salotto, a parlare di Nerea e delle dicerie del paese. Il flashback si è concluso, la narrazione procede.

La cronologia

L’ordine degli eventi è importantissimo in una narrazione.
Non funziona come per le addizioni: se cambio l’ordine degli eventi, il risultato cambia. Basti pensare agli incipit de Il cardellino o Dio di illusioni di Donna Tartt, o a quello della serie tv Breaking Bad, che aggancia il pubblico con un inizio in medias res lontanissimo da quel che, poco dopo, viene mostrato, ovvero la vita ordinaria di Walter White. Cosa sarà mai accaduto di così sconvolgente da trasformare un ordinario professore dei sobborghi americani in un criminale? La curiosità di sapere come sia potuto accadere, il bisogno di colmare una lacuna tanto grande spinge a proseguire.

I flashforward e i flashback cambiano l’andamento di una storia e possono cambiare il coinvolgimento di chi legge. Saperli costruire in modo interessante è parte del lavoro. Queste righe di Patria sono un ottimo spunto da studiare e, perché no, imitare, per non incorrere in salti temporali didascalici.

Il laboratorio di scrittura

Per chi volesse esercitarsi prendendo spunto dal magistrale esempio di Aramburu: ricordate la parola sangue. L’autore non sceglie una parola astratta (es: morte) per catapultare noi lettori nel passato. Lo fa scegliendo una parola che rimanda al corpo, ai sensi. Il sangue rimanda al colore rosso (vista), al gusto e all’odore ferroso (gusto e olfatto), alla consistenza vischiosa (tatto). È grazie a questi elementi sensoriali che chi legge può mettersi nei panni di Xabier e vivere il suo ricordo.

Restare vicini ai sensi e lontani dall’astrazione: ecco una buona attitudine per creare un flashback di questo tipo. Buona scrittura!