L’abbiamo imparato a scuola: se una parola compare più di una volta nello stesso paragrafo si tramuta in una ripetizione. Abbiamo cominciato a scrivere – i primi racconti, l’incipit di un romanzo – e abbiamo scoperto che questa faccenda delle ripetizioni può diventare una bella gatta da pelare, quando siamo alle prese con il discorso indiretto.
Allora abbiamo cominciato a frequentare assiduamente i sinonimi – al primo “disse” seguono, di solito, un esclamò, affermò, commentò, aggiunse, replicò, concluse, chiosò… E abbiamo capito che è bene riportare solo poche battute, nel discorso indiretto, altrimenti la ricerca dei sinonimi diventa una forzatura.
Poi, un giorno, entriamo in libreria alla ricerca non sappiamo nemmeno noi di cosa, e le nostre mani si fermano su L’impostore di Javier Cercas (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda). È la storia (vera, anche se questa parola va usata con beneficio d’inventario, dato che si tratta della storia di un impostore) di Enric Marco.
Leggiamo la quarta di copertina:
Chi è Enric Marco? Un novantenne di Barcellona, militante antifranchista, che negli anni Settanta è stato segretario del sindacato anarchico – la CNT – e in seguito ha presieduto l’associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, ricevendo numerosi riconoscimenti per il coraggio dimostrato negli anni e la testimonianza degli orrori del lager. In realtà, è un impostore. Nel 2005 la sua menzogna è stata pubblicamente smascherata. Enric Marco, come ha rivelato uno storico, non è mai stato internato a Flossenbiirg. E l’intera sua vita è un racconto intessuto di finzioni, dalla sua partecipazione alla guerra civile alla militanza antifranchista. Dieci anni dopo, Javier Cercas traduce in un romanzo audace, che sfida le convenzioni narrative, l’enigma del personaggio, le sue verità e le sue bugie.
Sembra una storia interessante. Compriamo il libro, torniamo a casa, cominciamo a leggere.
Dice, diceva, ha detto
L’autore non cela le difficoltà nel relazionarsi con Enric Marco e con la sua narrazione. Lo ascolta, pone domande, registra e si chiede costantemente se credere o meno alle parole che gli vengono consegnate. Non è facile destreggiarsi tra verità celate, distorte, inventate di sana pianta e realmente accadute. Ogni aneddoto richiede numerose ricerche per verificarne l’attendibilità. I risultati non semplificano la situazione, anzi: se alcuni eventi non possono essere dimostrati per mancanza di fonti e altri si rivelano inventati, ci sono anche fatti accaduti davvero, che Enric Marco racconta restando aderente alla realtà.
Il discorso indiretto ha molto spazio nell’arco della narrazione. Javier Cercas riporta stralci di conversazioni, a volte ampi stralci, e non si pone troppi problemi sull’uso reiterato della stessa parola, che in questo caso è dice.
Di seguito un esempio. Il grassetto sulla parola dice (diceva, etc) è mio.
Marco rivide la madre? Dice di sì. Dice che quando era bambino una sorella di suo padre, la zia Caterina – colei che l’aveva allattato, perché aveva perso un figlio poche settimane prima che lui nascesse – lo portava a trovarla una o due volte all’anno. Dice che ricorda molto bene quelle visite. Dice che lui e la zia Caterina aspettavano, in una grande sala dalle pareti spoglie e bianche, insieme ai familiari di altre malate, che uscisse la madre. Dice che dopo un po’ sua madre usciva dai lavatoi e che indossava un camice a strisce blu e bianche e che aveva lo sguardo perso. Dice che lui le dava un bacio, ma che lei non glielo restituiva mai, e che in genere non gli rivolgeva la parola, né a lui né alla zia Caterina né a nessun altro. Dice che spesso parlava da sola e che quasi sempre parlava di lui come se non lo avesse di fronte, come se l’avesse perduto. Dice che ricorda sua zia Caterina, quando lui aveva già dieci o undici anni, dire alla madre indicandolo: «Guarda che bel figlio che hai, Enriqueta: si chiama Enrique, come te». E dice che ricorda sua madre stropicciarsi con forza le mani e rispondere: «Sì, sì, questo bambino è bellissimo, ma non è mio figlio»; e dice che aggiungeva, indicando un bimbo di due o tre anni che scorrazzava per la sala: «Mio figlio deve essere come quello». E dice anche che allora non lo capiva, ma che con gli anni aveva capito che sua madre diceva così perché i ricordi di lui risalivano a quando non aveva più di due o tre anni e lei conservava ancora un brandello di lucidità. Dice che lui a volte le portava del cibo in un portavivande e che in qualche occasione era riuscito a scambiare qualche frase con lei. Dice che un giorno, dopo aver mangiato quello che le aveva portato, sua madre gli aveva detto che lavorava molto nella lavanderia e che era un lavoro sgradevole ma che non le importava, perché le avevano detto che, se lavorava molto, le avrebbero restituito suo figlio. Dice che non ricorda quando smise di andare a trovare sua madre. Dice che probabilmente avvenne quando i suoi zii smisero di portarcelo, forse quando raggiunse l’adolescenza, ormai durante la guerra, o forse anche prima. Dice che, comunque, non le fece più visita, non riprovò più il minimo desiderio di vederla, non se ne preoccupò più, la dimenticò completamente. (Questo non è del tutto vero: molti anni dopo, la prima moglie di Marco raccontò a sua figlia Ana María di aver convinto Marco ad andare a trovare la madre in clinica quando erano già sposati; le raccontò anche che l’avevano vista un paio di volte, e che di quelle visite ricordava soltanto che la donna emanava un penetrante odore di liscivia e che non aveva riconosciuto il figlio.) Dice che sa che morì a metà degli anni Cinquanta, ma che non si ricorda nemmeno di avere assistito al suo funerale. Dice che ora non capisce come ha potuto abbandonarla in un manicomio per più di trent’anni e lasciarla morire sola, anche se aggiunge che, di quel periodo, ci sono molte cose che non capisce. Dice che adesso pensa molto alla madre, e che a volte la sogna.
Forma e contenuto
Perché la parola dice è ripetuta tante volte in queste righe? Non dipende certo dal fatto che Javier Cercas sia a corto di sinonimi. Anzi, in questo caso, in questa storia, i sinonimi sarebbero fuori luogo.
Pensiamoci un attimo: l’autore sta scrivendo il libro su un impostore, una persona che ha trascorso buona parte della propria vita a travisare la realtà. Dunque Cercas non può riportare gli eventi raccontati da Enric Marco come se fossero accaduti realmente, perché non ne ha la certezza.
Riprendo l’estratto precedente e lo modifico togliendo il discorso indiretto:
Marco rivide la madre. Quando era bambino una sorella di suo padre, la zia Caterina – colei che l’aveva allattato, perché aveva perso un figlio poche settimane prima che lui nascesse – lo portava a trovarla una o due volte all’anno. Ricorda molto bene quelle visite. Lui e la zia Caterina aspettavano, in una grande sala dalle pareti spoglie e bianche, insieme ai familiari di altre malate, che uscisse la madre. Dopo un po’ sua madre usciva dai lavatoi e che indossava un camice a strisce blu e bianche e aveva lo sguardo perso. Lui le dava un bacio, ma lei non glielo restituiva mai, e in genere non gli rivolgeva la parola, né a lui né alla zia Caterina né a nessun altro.
In questa versione sono spariti tutti i “dice” ed è cambiato il significato del testo. In questa versione il fatto che Marco rivide la madre è una certezza. Nella versione precedente, quella con tutti i “dice”, a noi lettori è chiaro che è Marco a dire di aver rivisto la madre.
Tra quel che viene detto – da un personaggio, da una persona… – e la realtà c’è differenza perché non sempre quel che viene detto corrisponde alla realtà.
Stile
C’è un altro aspetto da prendere in considerazione. La ripetizione insistente della parola dice diventa stile. Non accade subito, ma dopo qualche riga – e più di qualche dice – iniziamo a percepirne il ritmo. Si tratta, sì, di contenuto, ma si tratta anche di forma. Il dice ripetuto qui diventa un tratto stilistico.
Non è mai semplice raccontare lo stile, cercare di spiegarlo. Lo stile ha a che vedere con le scelte dell’autore, con il ritmo… è più una questione di come che di cosa. Javier Cercas, scegliendo di ripetere dice più e più volte, fa comprendere a noi lettori le sue perplessità, il suo diffidare che diventa anche il nostro (“Dice così, ma sarà vero?”). Questa ripetizione diventa uno dei tratti distintivi del romanzo, lo rende memorabile. In breve, diventa stile.

mi ha ricordato quel “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi che pure, nel suo continuo sostenere riuscì a imprimere il ritmo e lo stile di una ribellione.
Grazie mille Matilde!