Prima o terza persona: Berlin Alexanderplatz, Il silenzio delle ragazze, Corteo

“Meglio scrivere in prima o in terza persona?” è una di quelle domande capaci di trasformare una lezione di scrittura nel paradosso del gatto di Schrödinger.
Non solo perché non c’è una persona migliore (dipende dalla storia che sto scrivendo, dallo stile…). Non solo perché, oltre alla prima e alla terza singolari, ci sono altre possibilità (come la prima persona plurale o la seconda persona singolare. Un esempio? Le mille luci di New York di Jay McInerney, Bompiani).
Ma soprattutto: chi l’ha detto che la scelta della persona debba essere sempre la stessa, dall’inizio alla fine?

Berlin Alexanderplatz

Accade in Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin, pubblicato nel 1929 (e tradotto da Giusi Drago per Mondadori).
Il romanzo è in terza persona con incursioni della prima persona che affiora quando il protagonista è immerso nel proprio monologo interiore. Il cambio di persona permette di scivolare dall’esterno all’interno, oltre a dare un effetto di straniamento a chi legge. Cambia anche il tempo verbale: se la voce narrante si esprime in terza persona e al passato, il monologo interiore è in prima persona e al presente.

Il silenzio delle ragazze

Il romanzo di Pat Barker (tradotto da Carla Palmieri ed edito da Einaudi) racconta la guerra di Troia dal punto di vista di Briseide. La maggior parte del romanzo è in prima persona (al passato) e restituisce la voce della principessa di Lirnesso che nella guerra di Troia diventa parte del bottino di Achille. Alcune scene, nella seconda parte della storia, sono narrate in terza persona (al presente) e restituiscono lo sguardo di Achille o di altri protagonisti.

Corteo

Rachel Cusk è un’autrice che non ha paura di sperimentare. Lo fa anche in Corteo, traduzione di Anna Nadotti e Isabella Pasqualetto, Einaudi: quattro capitoli, quattro storie che si soffermano sul gesto della creazione artistica e lo fanno da diversi punti di vista.
Prendiamo il primo capitolo, intitolato La controfigura. Sin dalle prime righe incontriamo l’artista G e sua moglie (i grassetti sono miei).

A un certo punto della sua carriera, l’artista G, forse perché non trovava altro modo per dare un senso alla propria epoca e al proprio posto nella storia, cominciò a realizzare dipinti capovolti. A prima vista i dipinti sembravano appesi alla rovescia per errore, ma la firma incisa nell’angolo in basso a destra annunciava a chiare lettere l’avvento di una nuova realtà. Sua moglie pensava che con tale evoluzione G avesse involontariamente espresso qualcosa d’inquietante riguardo alla condizione femminile, e si chiedeva se ciò potesse incidere sulla carriera del marito, invece la critica reagì ai dipinti capovolti con entusiasmo, e su G piovve una nuova tornata di premi e onorificenze che tutti sembravano sempre pronti a conferirgli, qualunque cosa facesse.
Vivevano in una regione di foreste a una certa distanza dalla città…

Nei paragrafi successivi noi lettori scopriamo la genesi di questi dipinti capovolti, nata da un momento di paralisi creativa. La voce narrante ci permette di guardare le opere di G attraverso lo sguardo della moglie, di conoscere l’interpretazione di lei e la sua immedesimazione. Recuperiamo anche il ricordo della visita in studio di una romanziera. In quell’occasione è presente anche la moglie di G.

Una volta era nel suo studio durante la visita di una romanziera, che era stata folgorata dai suoi quadri capovolti, come del resto era accaduto anche a lei. Voglio scrivere capovolto, aveva esclamato la donna, con grande trasporto. Ovviamente a G era sembrata una cosa assurda, invece sua moglie aveva provato una placida soddisfazione, perché anche lei sentiva che la realtà così brillantemente illustrata da G, identica in ogni dettaglio alla realtà compagna se non per la completa inversione della sua forza morale, era quanto di più vicino al mistero e alla tragedia del proprio sesso. Aveva percepito una nota lamentosa — forse d’ingiustizia — nel tono della romanziera, come se avesse appena capito di essere stata derubata di qualcosa. G non era il primo uomo che descriveva le donne meglio di quanto le donne sembrassero capaci di descrivere sé stesse.

La signora ci aveva chiesto di andarcene, perché d’un tratto voleva riavere il suo appartamento. Un desiderio, il suo, che non ammetteva dilazioni: dovevamo andarcene subito, anche se non avevamo ancora trovato un posto dove stare. Avevamo vissuto lì per oltre un anno…

Che succede tra un paragrafo e l’altro? Si passa dalla terza persona singolare alla prima plurale: se dall’inizio del capitolo fino alla visita in studio la voce narrante è esterna, onnisciente, con una focalizzazione zero (qui un rapido excursus sui vari tipi di narratore), nel giro di una spaziatura, e senza tanti preamboli, cambia il narratore.

Dopo lo smarrimento iniziale risulta chiaro che la voce narrante è quella della moglie. Racconta l’esperienza dello sfratto che hanno subito lei e il marito e dei loro traslochi in altre case, sempre con la prima persona plurale: “Avevamo vissuto lì per oltre un anno”, “Ci sentivamo protetti”, “Dopo che ce ne andammo”…
Fino a questo punto:

Ci era stata strappata la nostra esuberanza. una forma d’innocenza, o forse solo d’ignoranza. Avevamo fantasticato su una vita in quella città, poi ci eravamo dati da fare per rendere reale quella visione, ma nel corso di tale processo il ruolo dell’immaginazione si era rivelato particolarmente ambiguo, mettendo in luce tutte le lacune del nostro rapporto con la realtà. Talvolta quel lato mortifero dell’immaginazione si manifestava all’improvviso, nei periodi in cui non riuscivamo a connettere una cosa all’altra e i nostri piani mostravano una certa carenza logica e progettuale.
Una mattina, mentre percorrevo una quieta via soleggiata con gente che beveva il caffè ai tavolini all’aperto, fui aggredita da una sconosciuta che mi assestò un violento colpo alla testa.

La prima persona plurale diventa prima persona singolare, per il tempo della narrazione di questo episodio e delle sue conseguenze: “Non l’avevo vista avvicinarsi”, “A posteriori mi resi conto”, “Avevo sempre attribuito”…
Ma i colpi di scena non sono finiti. Un altro spazio bianco, quello di una riga, e la narrazione torna in terza:

G decise di dipingere la moglie in modo pressoché classico, come nudo. Ma erano tele caotiche e oscure…

Rachel Cusk è un’autrice che non ha paura di sperimentare, scrivevo. Le sue evoluzioni invitano il lettore a cambiare spesso prospettiva e a farlo in modo sinuoso, naturale.
Corteo, dal mio punto di vista, è anche uno spunto interessante per chi scrive perché apre alle possibilità. Le opzioni non sono solo due, prima o terza persona. Ce ne sono di più perché una pagina bianca è il territorio delle possibilità: vale la pena esplorarle per capire quali potrebbero essere le più adatte alla storia che vogliamo raccontare.