INSEGNARE AI GRANDI È CAMBIARE IL MONDO

L’impatto che può avere l’apprendimento in età adulta.

“Insegnare è il più grande atto di ottimismo”, ho letto da qualche parte. 
Non c’è dubbio che sia vero, per lo meno è vero per chi vive l’insegnamento come una vocazione e non come un mero ripiego. 
Ed è vero soprattutto per chi, come me, ha in classe studenti adulti.
Gli adulti: quella categoria di umani per cui si è persa ormai ogni speranza di cambiamento, è scemata ogni spontanea comprensione e simpatia, quella categoria per cui è svanita ogni curiosità di scoprire cosa c’è oltre – oltre quella cravatta annodata perfettamente, quella firma in calce alla mail che racconta un ruolo altisonante… 

Perché, a un certo punto della vita, si affievolisce lo slancio verso gli altri?
Farà parte del diventare grandi, si potrebbe pensare. Ma se diventare grandi significa perdere interesse per il tutto e concentrarsi su pochi elementi – il gruppo di amici, la famiglia, il lavoro… – allora il dare attenzione è una scelta; e così lo è anche la mancanza di attenzione. Scelgo chi e cosa considerare; scelgo chi ignorare. 

Dunque, noi adulti troppo spesso scegliamo di guardare gli altri adulti in modo pigro. Ci fermiamo all’apparenza, ci diciamo che non c’è abbastanza tempo, ci rassicura la nostra capacità di leggere il mondo attraverso una rapida occhiata a cui appiccicare un’etichetta. Comodo e veloce, certo, ma il rischio di giocarsi ogni sfumatura, ogni sorpresa, ogni scoperta è grande. 

Ma so, l’esperienza di anni di lezione con migliaia di persone me l’ha insegnato, che se ci si concede un po’ di tempo per fare spazio a sé e all’altro gli incontri che stupiscono – positivamente – arrivano. E non è una questione di coincidenze, è piuttosto una questione di statistica. 
Il commento che sento pronunciare più spesso al lavoro è “siamo stati fortunati, siamo capitati in classe con persone stupende”.
Ed è vero, ho incontrato e incontro persone stupende grazie al mio lavoro. Ma se lo vedo succedere ogni volta, allora significa che non si tratta di fortuna. 

Forse significa che noi tutte e tutti, quando ci troviamo in un contesto accogliente, non giudicante, che ci permette di prenderci la libertà di sbagliare e dunque di imparare, e di farlo con altre persone che come noi vogliono crescere, migliorarsi e magari anche divertirsi insieme, beh in un contesto del genere dove non dobbiamo difenderci o guardarci le spalle, noi non siamo poi così male. Arriviamo persino a essere persone stupende. E ritroviamo la fiducia per rivolgere il nostro sguardo all’altro.


Creare un contesto che permetta di aprirsi è compito dell’insegnante. A cosa serve un contesto del genere? A imparare di più e meglio. Non è una mia impressione, ci sono tonnellate di studi e dimostrazioni a riguardo. 
Per questo rivolgersi agli adulti è una doppia sfida, per chi insegna: perché, prima di tutto, l’autentica curiosità verso l’altro la dobbiamo risvegliare in noi, altrimenti la magia non si crea.

Sarò ingenua, ma credo che insegnare agli adulti significhi voler cambiare il mondo due volte.

La prima, perché in fondo siamo noi adulti a prendere le decisioni
Si parla tanto, da sempre, delle giovani generazioni che salveranno il pianeta, il futuro, le speranze, salveranno tutto. Non ne dubito, anch’io sono stata parte di una giovane generazione che si è sentita riversare addosso tante aspettative. Ma ci vogliono 20, 30 anni prima che una giovane generazione abbia davvero la possibilità di accedere alla stanza dei bottoni, soprattutto in Italia – e soprattutto se non si appartiene a minoranze, qualsiasi tipo di minoranza, ma questa è un’altra storia.  
Nel frattempo, se noi adulti andiamo avanti a prendere decisioni sbagliate, il mondo ce lo giochiamo del tutto, come già sta accadendo. 

Francamente mi pare anche comodo – di nuovo, pigro – aspettare che siano dei ragazzini a cambiare il mondo, ragazzini la cui unica preoccupazione dovrebbe essere, a seconda che si frequenti la scuola dell’infanzia o si sia adolescenti, quella di giocare o far arrabbiare i genitori.
Poi esistono i personaggi come Greta Thunberg che cambiano il mondo, certo. Ma non possiamo addossare a persone così giovani una pressione e una responsabilità del genere. È da irresponsabili. È da persone poco, per niente adulte, da persone che non hanno davvero a cuore queste giovani generazioni, scansarsi così. 
Ed ecco che insegnare agli adulti diventa un tentativo di provare a cambiare il mondo insieme, lezione dopo lezione, perché le persone che sono in classe con noi spesso hanno la possibilità di prendere decisioni che il mondo, anche solo un angolino, lo cambiano. È un inizio.

Il secondo modo in cui si può attuare questa trasformazione dipende proprio dall’età anagrafica degli studenti a cui ci rivolgiamo.  
Pensiamoci bene: si tratta di genitori, zii, team leader, manager, mentori di persone più giovani. Siamo in classe con chi educa, forma, indirizza le nuove generazioni. Dunque un impatto su di loro significa, spesso, un impatto sulla generazione successiva. 
Così, l’insegnante delle medie porta ai ragazzi una poesia di Emily Dickinson incontrata nel corso di formazione e fa nascere un laboratorio di poesia; il manager disorientato dal proprio team di post-millennials propone un nuovo modo di fare brainstorming, sperimentato a lezione, e trova un linguaggio diverso per confrontarsi con i giovani colleghi… gli esempi raccolti negli anni non mancano. 
Questo, e tanto altro, accade in una classe di adulti. Provare per credere.

Di recente mi è stato chiesto: ma davvero ti piace insegnare agli adulti? Che cosa ci trovi? 
Ci trovo, in fondo, la stessa cosa che trovo nelle persone più giovani: la possibilità di evolvere. È solo meno esposta, in certi casi è nascosta davvero bene. Ma basta cercare, con pazienza e fiducia, e salta fuori.
È ottimismo, questo? Può darsi. 
O forse è sano realismo, perché la vita è cambiamento continuo, non potrebbe essere altrimenti. Le storie, questo, ce lo insegnano da sempre. 

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