CERCASI (VERI) LEADER DISPERATAMENTE

Leadership, crisi e comunicazione del cambiamento.


Il vero leader si riconosce nel momento del bisogno. 
Questo ci racconta la comunicazione sul cambiamento, che individua le tappe principali delle trasformazioni, liete o difficili che siano, per scegliere il tono adatto e gli elementi su cui fare leva per tenere informata e unita la propria squadra.

In breve, come diceva già Aristotele un po’ di tempo fa: le storie, così come gli eventi, hanno un inizio, uno svolgimento e una fine. Le storie sono sempre sinonimo di cambiamento, perché senza cambiamento non c’è storia. Anche il cambiamento, a guardarlo da vicino, ha un inizio, uno svolgimento e una fine.

All’inizio del cambiamento – che sia una nuova impresa o un’emergenza – l’adrenalina è al massimo, la comunicazione racconta di nuovi obiettivi e mete da raggiungere, sfide da vincere, nemici da sconfiggere… L’adrenalina di chi detiene la parola regala enfasi al discorso, che se ben costruito trasmette energia – che può diventare entusiasmo, coraggio… dipende dalla situazione – a chi ascolta. Questo tipo di discorso è il più frequentato, e spesso, è anche l’unico che viene pronunciato o che si sa gestire.

Esempi recenti di questo tipo di comunicazione? Le conferenze del premier Conte di marzo 2020, quando venne annunciato il lockdown. La reazione della nazione alla notizia e ai provvedimenti per gestire la pandemia fu un’onda di #celafaremo, flash mob sui balconi… L’adrenalina dell’inizio dell’esperienza si concretizzò in queste forme di espressione.

Poi, le cose cambiano. Le prove si protraggono, gli ostacoli e gli imprevisti da affrontare abbondano, la stanchezza comincia a farsi sentire. Ed ecco che, nel bel mezzo dello svolgimento, di solito, c’è la crisi
Come si comunica il momento di crisi? O, ancor prima: si comunica?
In Italia la comunicazione della crisi viene solitamente gestita in tre modi. Spoiler: nessuno dei tre è efficace. Impariamo come non si fa per scoprire come si può fare.

1.

Il silenzio stampa

Prima regola della comunicazione sul cambiamento: se si vogliono mantenere relazioni sane e solide con il proprio team è fondamentale parlarsi. Soprattutto nei momenti difficili.
Il che significa divulgare informazioni e comunicare decisioni, ma significa anche vedere e ascoltare l’altra parte. Tradotto: se il mio team, piccolo o grande che sia, è in difficoltà, o provato, o frustrato, è mio compito di leader rendermene conto. E nel momento in cui me ne rendo conto, ne parlo. 
Se vedo ma non parlo, o peggio ancora, neanche vedo, sto creando i presupposti per distruggere il gruppo. Perché in un gruppo si esiste anche grazie allo sguardo e alla voce dell’altro. Se manca questo riconoscersi non si è un gruppo, si è un insieme di individui.

2.

Il padre padrone

Nei momenti difficili è fondamentale reagire e agire. L’azione conta, ma impartire ordini e istigare le persone a resistere, resistere, resistere può essere deleterio se queste persone sono stremate, o sfiduciate da un lungo periodo di difficoltà. Un ulteriore ordine può diventare il colpo di grazia.
Dunque, come si comunica con un gruppo sfiancato, svilito, esausto? 
La prima cosa da fare è riconoscere gli sforzi fatti fino a quel momento. Si mostra tutta la strada percorsa, si riconoscono i sacrifici, i meriti e si dà voce alla stanchezza che ne consegue. E solo dopo, solo quando le persone si sono riconosciute in questa narrazione, si fa appello alla visione che ha dato inizio al viaggio, e si incoraggia il gruppo a proseguire. Insieme.

3.

L’amico

Il modello di gestione della crisi “tu ti sfoghi, io mi sfogo, noi ci sfoghiamo” può funzionare tra pari, ma se utilizzato da un leader può portare a confusione e smarrimento. Il leader guida, o almeno dovrebbe.
Dovrebbe sapere dove andare, quando fermarsi, dovrebbe vedere le persone che lo accompagnano nel viaggio e riconoscere i pericoli. Il leader può sbagliare, perché è un essere umano come tutti, e può anche comunicare l’errore – cosa rara nella cultura italiana. Può persino comunicare l’incertezza. 
Ma comunicare è una cosa, sfogarsi un’altra. Il leader non si sfoga con il proprio team, a meno che il gruppo non sia gestito come un gruppo di pari, con una comunicazione trasparente, diretta, informale e soprattutto che dia lo stesso spazio a tutti gli elementi. Un gruppo di unicorni con un leader unicorno, insomma.
Negli altri casi, il leader si sfoga con gli amici, il/la partner, un terapeuta, una guida spirituale, in palestra, con il muro… ma non con la propria squadra. Con loro, comunica, ascolta, dialoga. Non si sfoga. 

Cosa succede quando la crisi non viene gestita da un punto di vista comunicativo? 
Lo stiamo vedendo nei fatti di cronaca di questi giorni. Le persone, provate da mesi di sacrifici ed escluse dal discorso pubblico che si concentra sui prossimi sforzi da compiere dimenticando quelli già fatti, danno voce – e non solo voce – alla frustrazione.
Questo vale per i grandi gruppi, come racconta l’articolo su Doppiozero di Luigi Zoja, che analizza la gestione della comunicazione politica e istituzionale del lockdown di marzo e presenta alcune derive di cui siamo testimoni oggi. Ma vale anche per i piccoli gruppi, la dinamica non cambia

Se vogliamo che un gruppo, grande o piccolo, si mantenga unito nei momenti di crisi, è imprescindibile vedere le persone che lo compongono e raccontare il cambiamento. Ci sono tanti modi per farlo, e ciascuna tappa richiede narrazioni diverse. Nancy Duarte le illustra nel bellissimo Illuminate, per ora solo in inglese. 
Ci vuole tempo per dare voce al cambiamento? Certamente. Ma risparmiare questo tempo significa non dare voce alla storia del gruppo. E quello che non viene raccontato, non esiste. 
Si tratta, come sempre, di scegliere: se investire un po’ del proprio tempo per scrivere una storia comune, o se procedere spediti con gli occhi bendati e le orecchie tappate, ma sempre più soli. 

2 Comments CERCASI (VERI) LEADER DISPERATAMENTE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *