LO SCRIVERE DI SÉ E IL DONO DI JOHN M. HULL

Quando l’opera d’arte è la propria la vita, e la scrittura lo strumento per forgiarla.

Quello della scrittura autobiografica è un territorio sconfinato che comprende autofiction, non-fiction, personal essay, diari, blog e molto altro. Volendo approfondire i tanti modi di esprimersi attraverso la parola ci si trova spesso di fronte a strade che divergono. E, si sa, come direbbe Robert Frost, che strada porta a strada: una volta fatta una scelta è difficile tornare indietro e ripercorrere i sentieri non presi.

Negli anni ho scelto la strada che mi guida nel territorio dello scrivere di sé, e che propongo nei percorsi e seminari che tengo. È la via che vede la scrittura come un mezzo, non come il fine. L’opera da comporre non è il memoir, o il racconto autobiografico. L’opera d’arte è la vita, e la scrittura è uno dei tanti modi per forgiarla.

In questo tipo di pratica la parola scritta permette di rielaborare l’esperienza, di interrogarsi, di esplorare parti di sé sconosciute. Scrivendo si mette ordine nei pensieri, e così facendo si crea spazio per nuove riflessioni e punti di vista su ciò che sentiamo e viviamo. Nonostante l’obiettivo di questo tipo di pratica non sia “scrivere un bel racconto”, spesso è proprio quello che accade. La storia che emoziona e coinvolge è conseguenza di un processo di centratura e messa a fuoco che avviene attraverso la scrittura da non condividere. Questo tipo di espressione fa in modo che emozioni e pensiero evolvano e trovino le parole giuste, con il proprio tempo.

John M. Hull, professore di teologia e scienze religiose, all’inizio degli anni ’80 pratica questo tipo di scrittura e tiene un diario in cui testimonia l’esperienza di diventare cieco a quarant’anni. Affida alla pagina lo sgomento per la nuova condizione, i resoconti della nuova quotidianità, tutta da reinventare, scrive i propri sogni, tanti, densi, sogni in cui l’acqua, un oceano profondo e minaccioso, è protagonista ed è simbolo della cecità che come uno tsunami porta via tutto senza lasciare il tempo di salvare immagini e ricordi. Lascia spazio alla propria fede, con cui dialoga sulla pagina per cercare di dare un senso a questo dono oscuro che la vita gli ha porto. Racconta l’evoluzione del rapporto con i figli – la primogenita Imogen che lo ha conosciuto vedente, e i più piccoli per cui lui è sempre stato non vedente.

1 settembre 1985

Quando un bambino apre un regalo di compleanno, di solito tutti gli fanno le feste. Ma per me non ha senso unirmi all’entusiasmo degli altri, perché si renderebbero conto che sto fingendo. Ho provato a mettere Thomas sulle mie ginocchia, per farmi un’idea del regalo. Il problema è che le mie mani lo intralciavano, ma d’altra parte se io non tocco non posso sapere. In ogni caso, a me non basta toccare un oggetto un paio di volte per manifestare sorpresa ed entusiasmo. La conoscenza tattile richiede tempo. E comunque in quella situazione il bambino non resterebbe sulle mie ginocchia, ma correrebbe a prendere altri regali, per mostrarli ai suoi ammiratori. In momenti del genere è impossibile non provare un tremendo senso di lontananza. 
Dopo che i bambini se ne sono andati tutti, Thomas è corso da me con una scatola di carte con degli indovinelli matematici. Voleva che giocassimo insieme. Ho provato a spiegargli che non potevo aiutarlo, allora ha tirato fuori dalla tasca un altro rompicapo. Era una semplice custodia di plastica, uno di quei giochi in cui devi far girare delle palline argentate finché non vanno a infilarsi dentro piccole buche. Provando una sensazione di grande malessere, ho cercato di spiegargli che per me quel gioco era ancora più difficile. Imperterrito, ha tirato fuori un gioco da tavolo. L’abbiamo aperto. Col cuore spezzato mi sono reso conto che i gettoni erano tutti uguali. 
Dovevano essere di colori diversi ma al tatto erano identici. Il tabellone era uniformemente liscio. Gli ho detto che tra poco sarebbe venuta la mamma a giocare. Ho provato a mostrare entusiasmo per tutti quei regali, ma è stato veramente difficile. La notte, prima di dormire, mi sentivo un fantasma logoro e stanco. 
La mattina dopo ho fatto un tentativo diverso. Quando Thomas è entrato correndo alle sette in punto, gli ho detto di andare a prendere tutti i regali che aveva ricevuto, di portarmeli di sopra e sparpagliarli sul letto, così li avrei passati in rassegna uno per uno insieme a lui. È stato felicissimo ed è andata molto bene. Con le cose disposte sul letto una accanto all’altra, nel silenzio, ho potuto ascoltare la sua descrizione di ogni gioco, esaminandoli uno per uno senza fretta, scoprendone tutti i dettagli e capendo via via se ce n’era uno con cui avrei potuto giocare insieme a lui. Senza sentirmi obbligato dalla presenza della gente a esprimere una prematura ammirazione, sono riuscito a godermi quell’esperienza. Sono entrato in qualche modo nel mondo del suo compleanno.

Da questi diari tenuti dal 1983 al 1986 nasce un libro potentissimo, intitolato Il dono oscuro e pubblicato da Adelphi.
Come scrive Oliver Sacks, autore di Risvegli, de L’Uomo che scambiò sua moglie per un cappello e di molti altri libri da leggere, Il dono oscuro “Non ha pretese letterarie, anzi rifugge la forma narrativa; ma è, a mio parere, un capolavoro”. Non potrei essere più d’accordo.
Le prime pagine del diario risalgono al periodo in cui il professor Hull precipita in quello che inizialmente considera il tunnel buio e profondo della cecità. Pagina dopo pagina, anno dopo anno, Sacks nota che “si verifica un cambiamento misterioso: non c’è più quel senso straziante di perdita, di lutto, di disperazione, ma una insospettata creatività che genera una nuova identità. «Bisogna ricreare la propria vita o si viene distrutti» scrive Hull.”

11 marzo 1985

Nel tentativo di integrare la propria vita in un significato coerente, uno dei rischi è quello di cadere nel riduzionismo. Si tende a costruire una macchina che produce significato, quasi fosse un tritacarne, dove non importa che tipo di esperienza viene introdotta a un’estremità, perché dall’altra uscirà sempre lo stesso tipo di carne macinata. Ogni contraddizione viene scartata e si tiene solo ciò che è omogeneo. Il risultato è un’identità forte, ma limitata. 
Invece quello che cerco è un’identità forte basata sull’inclusione, non sull’esclusione. Il cristianesimo deve diventare una fede ecumenica, non una setta tribale. 
Ciò significa che, se non posso semplicemente accettare la cecità, nemmeno devo rifiutarla. Devo integrarla. Devo cercare di connettere la cecità alla vista, la coscienza all’incoscienza, Dio al diavolo, la vita dell’umanità al cosmo, i poteri della creazione ai poteri della distruzione. 

La scrittura come mezzo, e non come fine, è uno degli strumenti che ci permettono di plasmare e riplasmare la nostra opera più importante, la nostra vita. La ricerca delle parole adatte per esprimere ciò che pensiamo, che sentiamo, per dare voce alle domande che ci assillano, scioglie nodi e apre nuove prospettive su vecchi scenari. E, a volte, una delle conseguenze è anche quella di scrivere pagine straordinarie, come quelle che compongono questo libro. 
Del resto, lo diceva Pina Bausch: “Non si tratta di arte, e neanche di una semplice capacità. Si tratta della vita, e dunque di trovare un linguaggio per la vita. E si tratta sempre, lo ripeto, di qualcosa che non è ancora arte, ma che forse potrebbe diventarlo.”

Il dono oscuro è anche un dono per chi legge.
Pagina dopo pagina mi ha permesso di prendere consapevolezza della mia vita da vedente; di approcciarmi al mondo di chi vede con tutto il corpo, e di perdermi nelle pagine di poesia pura in cui l’autore racconta la pioggia; di trattenere il respiro e imparare cosa non fare, mai, leggendo i racconti delle prevaricazioni che noi che vediamo, sentiamo, camminiamo senza problemi imponiamo, spesso in modo totalmente inconsapevole, a chi ha qualche disabilità; di farmi guidare dalle domande acute e dalle riflessioni profonde del professor Hull sulla vita, sulla fede come atto creativo, sulla capacità di integrare le esperienze. Sul significato della vita e della morte come doni. 

3 maggio

Sabato sera ho portato Michael a vedere Carousel, il musical di Rodgers e Hammerstein, messo in scena dagli ex studenti di un liceo cattolico di Edmonton, nell’Alberta. Durante l’intervallo, Michael mi ha detto quello che era scritto su un poster, affisso su una delle bacheche. Diceva più o meno così: «Forse quello che dobbiamo imparare dal cristianesimo è che in cambio di questo dono non abbiamo niente da offrire».
L’ho trovato uno strano pensiero. Il messaggio era rivolto a gente che pensava di dover ripagare in qualche modo il dono ricevuto. Intendeva dire che non ce n’era bisogno. Trattandosi di un dono, non si può pensare di ripagarlo. 
Nel mio caso, l’effetto è stato opposto. Non mi era mai venuto in mente che accettando un dono io dovessi dare qualcosa in cambio. Davo per scontato che non ci si attendesse da me nessun regalo. Il poster mi ha fatto dubitare che la mia supposizione fosse giustificata. È chiaro che un dono non richiede un compenso, ma pone chi lo riceve in una relazione con chi lo fa, in cui ricambiare sembra essere una cosa gentile e appropriata. 
Ma quale dono potrebbe mai ricambiare il dono della cecità? Cosa potrei dare, per pareggiare la luminosa oscurità e le virtù così straordinariamente distruttive della cecità? 
Forse però nel pensare che il dono sia la cecità manco il bersaglio. La cecità è solo l’involucro, oppure il mezzo. Il dono sta più in profondità, al di là della cecità.

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