COSA SIGNIFICA DAVVERO CONDURRE UN GRUPPO SULLO SCRIVERE DI SÉ

Il dialogo silenzioso tra le storie dei partecipant* e il lavoro del* docente.

Sembrerebbe un gioco da ragazzi. Basta prendere le solite cose: strutture narrative, caratterizzazione del personaggio, stile, ritmo… Quelle che si trovano nei manuali di scrittura creativa. Le si applica a storie il cui contenuto riguarda la vita di chi racconta, ed è fatta.
Eppure non funziona così, neanche lontanamente. Non saprei spiegare con precisione come funziona, perché ogni gruppo è diverso. Certo, gli insegnanti di vecchia data lo dicono sempre: la materia è la stessa ma cambiano le classi, che a loro volta cambiano la materia. Suona come una legge alchemica: affascinante, anche se non è a questo che penso, quando scrivo che ogni gruppo è diverso.

Penso al fatto che in una classe di scrittura autobiografica ciascun* porta dei pezzi della propria vita. A volte sono brandelli, a volte pezzi finemente cesellati, a volte sono incartati alla bell’e meglio in fogli di giornale che non lasciano intuire il contenuto, e non si sa se lì dentro ci sia un calcinaccio o un uovo Fabergé. Settimana dopo settimana si scrive, si legge, si impara la tecnica, anche se, parliamoci chiaro, il cuore della scrittura autobiografica non è la sola tecnica. Quella si allena, si affina, ma il terreno su cui si gioca è un altro. Lo descrive in modo chiarissimo Dani Shapiro, nel suo Clessidra.

Per scrivere un romanzo, quantomeno la prima stesura, uno scrittore deve avere una sorta di intenzionale cecità nei confronti delle proprie motivazioni. Perché quel toc toc alla porta, quell’incontro casuale, quella collisione sfiorata? L’autore può non saperlo, persino con l’avanzare della scrittura. Ma quando il sé – non il personaggio di finzione – è lo scenario della storia, non possiamo permetterci di essere ciechi al cospetto delle nostre stesse tematiche e dei fili che le legano. E quindi dobbiamo fare una mappa, anche se ci manca la terra sotto i piedi. 
Il che, naturalmente, non è solo un problema letterario.

La perdita di un figlio. Un’adolescenza in preda all’alcol. L’esperienza sconvolgente del parto. Un tumore allo stadio terminale. Aver incontrato l’amore della propria vita, troppo tardi. Le cicatrici lasciate dagli abusi, dall’anoressia, da un padre mai conosciuto. L’abbraccio infinito e amorevole che ci accoglieva da piccoli e che continuiamo a cercare, e a cercare di dare, da grandi. La levigata perfezione, che lascia inermi, di una vita senza ostacoli. Questo è il materiale su cui lavora: il che, naturalmente, non è solo un problema letterario.
A ogni corso vengo travolta da tutta questa vita, mi prendono le vertigini. Tanto che, negli anni, sono arrivata a considerare la formazione sullo scrivere di sé il mio personalissimo sport estremo. Potrei usare la teoria come scudo, concentrarmi solo sulla costruzione del climax; potrei ripararmi infilando il testo in un microscopio e contemplare ogni singola frase, ogni singola parola, perdendo di vista il disegno generale.
Ma, lo ribadisco, non è questo il presupposto della scrittura autobiografica. Lo scrivere di sé riguarda la scrittura pura solo in un secondo momento. Prima, come scrive Dani Shapiro, va tracciata la mappa, anche se ci manca la terra sotto i piedi.
In ogni caso, anche volendo concentrarsi sulla tecnica, questa si mischia con il materiale, con la vita nella pagina, e più spesso di quanto ci si possa immaginare non si capisce dove finisca l’una e dove inizi l’altra. Si comincia a ragionare sulla struttura e si finisce a riflettere su verità e paura di esporsi, come racconta Clessidra:

Da dove accidenti inizio? Salto avanti e indietro nel tempo, come faccio in genere nei romanzi? Racconto la storia in ordine cronologico cercando di renderla lineare? O la lascio essere un mosaico di momenti? Includo la consapevolezza di scrivere un’autobiografia nell’autobiografia stessa – la paura di espormi, di ferire le persone che amo, di scoprire le cose che non so – o non so di sapere? Quanta verità devo raccontare? 

Negli anni ho imparato che, per chi conduce il gruppo, il presupposto per lavorare davvero sulle storie dei partecipanti è quello di arrendersi ancora prima di cominciare. Di abbassare le armi e accettare che i testi che si incontreranno non sono solo racconti, o incipit di memoir, ma pezzi di vite vissute. E che spesso questi resoconti avranno un impatto profondo anche sulla propria esistenza.
Si lavora sulla tecnica, certo; questo non significa che l’intensità delle storie incontrate non riverberi in chi ci lavora e le edita. Dani Shapiro descrive così questo impatto.

Sono in un aeroporto del Colorado con M. E Jacob. Abbiamo appena passato una settimana ad Aspen – una vacanza di lavoro – dove ho insegnato in un convegno. Ogni mattina, poco prima delle nove, loro uscivano – per colazione, per un’escursione, per una passeggiata in città – e i miei studenti e io iniziavamo a tuffarci nelle profondità dei manoscritti del giorno. In particolare nei laboratori sul memoir, le storie sono spesso strazianti: un rapimento in Sudafrica; uno zio condannato per omicidio; il tradimento di un marito; il suicidio di un figlio.
Parliamo dello scrittore non usando il tu ma, piuttosto, il lei. Non restiamo intrappolati negli eventi in sé, piuttosto ci concentriamo sull’ordine e sulla forma, sul senso più ampio cui lo scrittore sta tentando di dar forma. Siamo impegnati nel «compito monumentale», come ci dice Vivian Gornick in The Situation and the Story, «di trasformare l’interesse personale di basso livello nella distaccata empatia richiesta a un’opera letteraria che debba avere valore anche per il lettore disinteressato». Mentre mi trovavo ad Aspen, ero a una tavola rotonda con Andre Dubus III, che parlava di cosa accade quando un memoir scade nell’autocommiserazione: «Buah, buah, buah. Dobbiamo chiamare la buambulanza?».
Ma la delicatezza dell’operazione mi ha reso più vulnerabile, e ora che sono all’aeroporto mi sento piuttosto esaurita e quasi in lacrime. Le storie dei miei studenti indugiano dentro di me. 

C’è un modo per proteggersi da tanta intensità? Sicuro che c’è: evitare di tenere corsi sulla scrittura autobiografica. 
In questi anni ho incontrato storie che mi sono entrate dentro e non mi hanno più abbandonata. Alcune le condivido in questo sito, perché credo possano emozionare anche altri. 

Considero il lavoro biografico come un dono, un’esperienza intensa e trasformativa. Come ogni esperienza trasformativa, anche questa porta incertezza e prove da superare – certe storie richiamano così intensamente parti del mio vissuto che non ho ancora voluto affrontare, e mi costringono a farlo; altre aprono squarci su possibilità che non avevo mai contemplato, e mi lasciano senza parole; altre ancora mi toccano così nel profondo che ho bisogno di tempo per ritrovare un mio equilibrio e poterci lavorare. 
Come affrontare tutto questo? Accettandolo, scrive Dani Shapiro citando Elizabeth Alexander e Rilke. Non potrei essere più d’accordo. 

«Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore», scrisse Rilke. Circa un secolo dopo, la poetessa Elizabeth Alexander analizza tutto questo alla luce della morte improvvisa del marito. «Quando ci conoscemmo, tantissimi anni fa, lasciai che mi accadesse tutto, e fu bellezza. Lungo la strada, più bellezza, e paura e lotte, e lavoro e apprendimento, e gioia. Non potevo evitare che Ficre incontrasse la morte, che la incontrassimo entrambi. 
L’abbiamo incontrata; fa parte di quello che siamo; è la nostra bellezza e il nostro terrore. Dobbiamo raccogliere tutto ciò che la vita ci ha messo davanti».

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