Rileggere LIMONOV di Emmanuel Carrère

Un’occasione imperdibile per riflettere sulla narrazione non-fiction.

Che Limonov racconti una storia non-fiction lo si capisce ancora prima di cominciare la lettura, addirittura ancora prima di arrivare al prologo. L’occhietto, questo il nome della pagina che precede il frontespizio, riporta una breve nota che comincia così:

Eduard Limonov non è un personaggio inventato.

Siamo, senza dubbio, nel racconto della realtà. Come si può scrivere una storia vera – in questo caso una biografia in cui la vita del protagonista si intreccia, spesso in modo straordinario, con la storia collettiva – in modo letterario e restando fedeli ai fatti?
Limonov ce lo svela, passaggio dopo passaggio.

Se a una prima lettura si resta rapiti dalle vicende romanzesche del protagonista, e lo si segue increduli dall’Ucraina a New York, dal carcere alla carriera politica, a una seconda lettura emerge l’immensa bravura dell’autore che si documenta, studia, intervista, ripercorre i luoghi degli eventi che racconta, si concede il tempo per lasciar decantare e rielaborare – Carrère accantona il progetto di scrittura per un anno intero, perché la figura di Limonov lo turba troppo – e, soprattutto, esprime il proprio parere senza mai emettere giudizi

L’occhietto ci informa che Emmanuel Carrère è “considerato oggi il più brillante degli scrittori della sua generazione”, e il suo libro, pubblicato nel 2011 in Francia, ha vinto il Prix Renaudot.
Il talento dell’autore, insomma, è fuori discussione. Talento che, di solito, è formato da una componente personalissima e inimitabile e da una buona parte di tecnica. Concentriamoci su quest’ultima, ripercorrendo alcuni passaggi di Limonov che tanto hanno da insegnare agli autori non-fiction.


DIFFERENZA TRA FICTION E NON-FICTION

Eduard Limonov, all’anagrafe Eduard Veniaminovič Savenko, nell’arco della propria vita precipita più e più volte in pozzi senza fondo riuscendo, ogni volta, a risollevarsi. È la sua peculiarità, è ciò che lo rende magnetico agli occhi del lettore. 
Questa stessa caratteristica, però, sarebbe considerata un ostacolo nella fiction. Un personaggio con un arco di trasformazione del genere verrebbe considerato, ironia della sorte, poco realistico. Nel capitolo III, New York 1975 – 1980, l’autore commenta così l’ennesima caduta del protagonista.

Ho l’impressione di avere già scritto questa scena. In una storia inventata, bisogna scegliere: il protagonista può toccare il fondo una volta, anzi è consigliabile, ma due è troppo, si rischia di ripetersi. Nella realtà penso che Eduard il fondo l’abbia toccato parecchie volte. Parecchie volte si è ritrovato a terra, veramente disperato, veramente privo di appoggi e, cosa che ammiro in lui, si è sempre rialzato, si è sempre rimesso in cammino, si è sempre fatto coraggio pensando che, quando hai scelto la vita dell’avventuriero, sentirsi così perduti e soli, senza vie di scampo, non è altro che il prezzo da pagare. 

Più avanti, nello stesso capitolo, incontriamo Lawrence Ferlinghetti, poeta ed editore di autori di spicco della Beat Generation come Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Limonov riesce a sottoporgli il manoscritto che racconta la propria vita, e trascorre con lui e la moglie una serata memorabile.

Quando si lasciano, brilli ed eccitati, la pubblicazione sembra soltanto una formalità. Perciò il colpo è tanto più duro quando, un mese dopo, Eduard riceve da San Francisco il manoscritto con una lettera di Ferlinghetti, che non lo accetta e non lo rifiuta esplicitamente, ma suggerisce un finale diverso, una conclusione tragica: Edička dovrebbe commettere un omicidio politico, come De Niro in Taxi Driver. 
Eduard scuote il capo, avvilito: Ferlinghetti non ha capito niente. Dio solo sa se non ci ha pensato. C’è mancato poco che lo facesse, quando ha inquadrato Waldheim nel mirino del fucile. Se non lo ha fatto, è perché spera ancora di cavarsela diversamente. Lui subisce qualunque cosa, lavori di merda, rifiuti degli editori, solitudine, ragazze di categoria E, perché aspetta il giorno in cui entrerà nel salotto dei ricchi dalla porta principale, si scoperà le loro figlie vergini e verrà pure ringraziato. Sa esattamente cosa passa per la testa di un loser che, esasperato, prende un’arma e spara nel mucchio ma, dal momento che è capace di scriverlo, lui non è ancora quel loser, ed è escluso che lo sia il suo doppio su carta.

Questo passaggio è particolarmente significativo per chi scrive storie autobiografiche non-fiction: Limonov, attraverso la voce di Carrère, ci sta dicendo che se si ha la forza di guardare in faccia ciò che si è vissuto, e di scriverlo, non c’è bisogno di inventare


TROVARE IL PROPRIO PUNTO DI VISTA 

La realtà, si sa, non è un contrapporsi di bianco e nero ma piuttosto un guazzabuglio di chiaroscuri. Per questo l’autore di storie non-fiction si ritrova a gestire non pochi grattacapi: molteplici punti di vista, innumerevoli interpretazioni, buone ragioni che dimorano in tutti gli schieramenti e colpe imputate quasi sempre all’altra parte. Non è facile raccapezzarsi, ancor meno restituire un quadro comprensibile ai lettori.

L’autore si interroga spesso nelle pagine Limonov. Del resto, Carrère racconta un personaggio talmente contraddittorio che le occasioni di riflessione non mancano. Ed è proprio il mettersi in discussione dell’autore, anche su aspetti di solito considerati imprescindibili, a renderlo un narratore trasparente e affidabile. Chi racconta questa storia non è qualcuno con la verità in tasca, ma una persona con dubbi, opinioni che cambiano, domande senza risposta, come molti di noi. Qui siamo nel capitolo VI, Vukovar, Sarajevo, 1991 – 1992.

Forse tendo anche troppo a chiedermi se fra i valori accettati senza discutere dal mio ambiente – i valori che le persone del mio tempo, del mio paese e della mia classe sociale giudicano irrinunciabili, eterni ed universali – non possa essercene qualcuno che un giorno risulterà grottesco, scandaloso o semplicemente sbagliato. Quando individui poco raccomandabili come Limonov o suoi simili sostengono che al giorno d’oggi l’ideologia democratica e dei diritti umani è l’esatto equivalente di ciò che è stato il colonialismo cattolico — le stesse buone intenzioni, la stessa buonafede, la stessa incrollabile certezza di portare ai selvaggi il vero, il bello, il bene -, non mi incantano con la loro argomentazione relativistica, però non ho niente di concreto da contrapporvi. E siccome nelle discussioni di politica mi trovo spesso d’accordo con chi ha preso la parola per ultimo, ascoltavo con molta attenzione quelli che la sapevano lunga allorché spiegavano che Izetbegović, presentato come un apostolo della tolleranza, era in realtà un musulmano fondamentalista, circondato da mujaheddin, e che al contrario di Milošević, aveva tutto l’interesse a prolungare il più possibile l’assedio e la guerra; che i serbi, nella loro storia, erano stati sotto il giogo ottomano quanto bastava perché nessuno si sorprendesse se non avevano voglia di ripiombarvi; infine che, se si guardavano bene tutte le fotografie pubblicate dalla stampa raffiguranti vittime dei serbi, una su due in realtà mostrava una vittima serba. Annuivo: sì, la faccenda era più complicata. 
Poi ascoltavo Bernard-Henri Lévy scagliarsi proprio contro queste affermazioni e dire che così si giustificava ogni viltà diplomatica, ogni cedimento, ogni dilazione. Rispondere a coloro che denunciano la pulizia etnica di Milošević e la sua cricca dicendo: «È una faccenda più complicata» è proprio come dire che, certo, probabilmente, i nazisti hanno sterminato gli ebrei in Europa, ma se ci si riflette attentamente la faccenda è più complicata. No, si infuriava Bernard-Henri Lévy, la faccenda non è più complicata, anzi, è tragicamente semplice – e io annuivo anche questa volta.

Il conflitto nei Balcani è estremamente complesso anche a guardarlo oggi, a decadi di distanza. Figuriamoci quale poteva essere la difficoltà nell’orientarsi tra le diverse fazioni mentre la guerra si stava svolgendo, giorno dopo giorno.
Carrère si informa, studia, ascolta ragioni e opinioni di tutte le parti coinvolte. Fino a giungere a una conclusione. Perché, si sa, la narrazione è fatta di scelte, non adottare un punto di vista su ciò che si racconta significa consegnare ai lettori un quadro sfocato.
Come arriva, l’autore di Limonov, a individuare il proprio punto di vista? Lo racconta sempre nel capitolo VI.

In sostanza, i testimoni di cui mi fidavo e di cui, rileggendoli oggi, penso che facevo bene a fidarmi, erano i due Jean: Rolin e Hatzfeld.

A nessuno dei due, penso, piacerebbe assumere il ruolo dell’eroe positivo in queste pagine. Pazienza. Ammiro il loro coraggio, il loro talento, e soprattutto il fatto che, come il loro modello George Orwell, antepongano la verità a ciò che vorrebbero fosse la verità. Anche loro, come Limonov, non fingono di ignorare che la guerra è eccitante e che, potendo scegliere, ci si va non per virtù ma per piacere. Amano l’adrenalina e l’accozzaglia di spostati che si incontrano sulle linee di ogni fronte. Non sono indifferenti alle sofferenze delle vittime, a qualsiasi campo esse appartengano, e riescono a capire, fino a un certo punto, anche le ragioni dei carnefici. Curiosi del mondo e della sua complessità, se si trovano di fronte un evento che contraddice il loro punto di vista non solo non lo occultano ma lo mettono in risalto. È il caso di Jean Hatzfeld, il quale, per una sorta di manicheismo condizionato, credeva di essere finito in un’imboscata di cecchini serbi decisi a colpire un giornalista, e dopo un anno di ospedale è tornato a Sarajevo per indagare giungendo alla conclusione che i proiettili che gli erano costata la gamba provenivano, per colmo di sfortuna, da miliziani bosniaci. Questa onestà mi colpisce ancor più perché non sfocia nel «sono tutti uguali» che è la tentazione di quelli che la sanno lunga. Giacché arriva infatti il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare, o comunque da quale posizione osservare gli eventi. Superata la prima fase dell’assedio di Sarajevo quando, con l’acceleratore a tavoletta e a prezzo di enormi spaventi, era ancora possibile bordeggiare da un fronte all’altro, si doveva scegliere se raccontare gli eventi dall’interno della città assediata o dalle postazioni degli assedianti. Anche per uomini come i due Jean, restii a unirsi al coro delle anime belle, la scelta è stata naturale: quando uno è più debole e l’altro è più forte, si continua, per onestà, a sottolineare che il più debole non è tutto bianco e il più forte non è tutto nero, ma ci si schiera con il più debole. Si va dove cadono le granate, non dove partono. Quando la situazione si capovolge, per un istante si resta sorpresi di provare, come Jean Rolin, «una innegabile soddisfazione al pensiero che una volta tanto erano i serbi a beccarsi tutta quella roba». Ma è un istante che non dura a lungo, la ruota gira e, se si è quel genere di uomo, ci si ritrova a denunciare la parzialità del Tribunale internazionale dell’Aia che persegue con inflessibilità i criminali di guerra serbi ma lascia gli omologhi croati e bosniaci alla prevedibile clemenza dei loro tribunali nazionali. Oppure si fanno dei servizi sull’orribile condizione in cui vivono oggi nelle loro enclave del Kosovo i serbi sconfitti. Una regola, atroce ma raramente smentita, vuole che carnefici e vittime finiscano per scambiarsi i ruoli. Bisogna adattarsi in fretta, e non avere lo stomaco delicato, per restare sempre dalla parte di queste ultime. 

RACCONTARE QUEL CHE SI RICORDA, QUEL CHE SI SA E QUEL CHE NON SI SA SENZA BISOGNO DI INVENTARE


La realtà è costituita da fatti certi e tante, tantissime incertezze. Quando si affronta la non-fiction biografica e autobiografica è inevitabile confrontarsi con ricordi rimossi, dati mancanti, discrepanze. Come evitare ai lettori una narrazione dissestata senza bisogno di riempire le lacune con dettagli inventati?
Carrère ce lo mostra nel capitolo II, Mosca 1967 – 1974, dove racconta il suo primo viaggio in Russia.

Avrei voluto accompagnare mia madre in quel paese misterioso che lei chiamava «lurrs»: non mi piaceva che ci andasse, perché le nostre separazioni mi facevano soffrire, e poche volte sono stato così felice come il giorno in cui, invitata a un convegno di storici a Mosca, ha deciso che ero abbastanza grande per andare con lei.
Di quel viaggio incantato ricordo ogni particolare. Mia madre mi portava con sé dappertutto. Al pranzo con il consigliere culturale francese ero seduto a tavola accanto a lei, ascoltavo buono buono i discorsi degli adulti ed ero così felice di stare in quel posto che più di quarant’anni dopo sono in grado di ripetere come un mantra i nomi degli ospiti. C’era un professore che si chamava Gilbert Dagron, una certa Néna (non Nina, né Léna: Néna), moglie del regista Jacques Baratier – che aveva girato Confetti al pepe, con Guy Bedos -, e un ragazzo che pur essendo russo aveva un nome francese: Vadim Delaunay. Era giovanissimo, bellissimo, gentilissimo: una specie di ideale fratello maggiore che mi ha subito preso in simpatia. Se mi fosse piaciuto giocare, sono sicuro che avrebbe giocato con me. Siccome mi piaceva leggere, si è informato delle mie letture. Come me, era imbattibile su Alexandre Dumas. 

La narrazione prosegue per un paio di pagine, spostandosi su Limonov. Fino a quando ritroviamo il nome di Vadim Delaunay.

Mi sono imbattuto nel suo nome leggendo Il libro dei morti, un libro in cui Limonov ha riunito alcuni ritratti di persone famose o anonime che ha conosciuto nel corso della sua vita e che hanno in comune il fatto di essere morte. La descrizione di Vadim Delaunay data da Limonov corrisponde ai miei ricordi: giovanissimo – vent’anni appena -, bellissimo, affidabilissimo. Tutti, dice Limonov, gli volevano bene. Vadim era un discendente del marchese de Launay, comandante della Guardia della Bastiglia nel 1789; i suoi antenati erano emigrati in Russia per fuggire la Rivoluzione, e doveva probabilmente alle sue originali possibilità di avere rapporti con un diplomatico straniero – cosa del tutto eccezionale nell’era brežneviana. Vadim Delaunay scriveva poesie. Era il beniamino degli smagristi, quel movimento di avanguardia con cui a Char’kov Brusilovskij aveva martellato sino allo sfinimento Eduard e Anna. Ho controllato le date: nulla mi vieta di immaginare che, proprio quel giorno, dopo aver trascorso l’intero pranzo dal consigliere culturale a parlare dei tre moschettieri con un ragazzino francese, Vadim Delaunay sia andato di volata al seminario di Arsenij Tarkovskij e abbia assistito al debutto del poeta Limonov nell’underground moscovita.

Il collegamento tra i due eventi è creato dall’autore. Non sappiamo se sia davvero andata così, ma Carrère ci avvisa che si tratta di una sua ipotesi – nulla mi vieta di immaginare che — e che, in ogni caso, non si tratta di un azzardo — ho controllato le date.
Se avesse scritto “è andata così, era lo stesso giorno”, avrebbe inventato, uscendo dalla non-fiction. Rivelandoci il processo che lo ha portato a creare questo collegamento, invece, restiamo nella non-fiction.


ESPRIMERE IL PROPRIO PARERE SENZA EMETTERE GIUDIZI

Schierarsi è facile, cercare di comprendere — che non significa giustificare — meno. Nella vita di tutti i giorni capita di giudicare a un primo sguardo, lasciandosi guidare da istinto, stereotipi, umore della maggioranza. Nella pagina non può capitare.
Ma, dato che in scrittura non esistono assiomi, dovesse succedere di affidarsi a una prima impressione, lo si può dichiarare con sincerità. Che differenza potrà mai fare un distinguo del genere? La stessa che passa tra lo scrivere “X è così” e “L’impressione che mi ha fatto X è così”.
Insomma, una differenza enorme. Perché la scrittura è rielaborazione, cura, responsabilità. Lo è soprattutto la scrittura non-fiction, e ancor più quella che racconta le vite degli altri. Di questo si parla nel capitolo IX lefortovo, Saratov, Engel’s, 2001 – 2003.

Mentre lavoravo a questo libro che racconta la sua vita, ci sono stati momenti in cui ho odiato Limonov e ho temuto di sbagliarmi sul suo conto. In uno di questi periodi ero a San Francisco, e ho parlato di ciò che stavo facendo con il mio amico Tom Luddy, e lui, che è la persona più dotata al mondo per stabilire questo tipo di collegamenti (qualunque sia il problema che vi assilla, avrà sempre una dritta da darvi o qualcuno di prezioso da presentarvi), ha subito risposto: «Limonov? Ho un’amica che lo conosce benissimo. Domani, se ti va, ceniamo con lei». Così ho incontrato Olga Matich, una russa bianca di una sessantina d’anni che insegna letteratura russa a Berkeley e ha conosciuto Eduard quando questi viveva negli Stati Uniti. Alla pubblicazione di Il poeta russo preferisce i grandi negri gli slavismi – americani o francesi che fossero – non sapevano bene che cosa pensare del suo autore, e molto presto hanno scelto in blocco di odiarlo. Olga è l’eccezione. Non ha mai rotto con Limonov, tiene lezioni sulla sua opera, quando è a Mosca va a trovarlo, da trent’anni ha per lui un affetto e una stima incrollabili, e costituisce un’eccezione tanto più significativa in quanto mi ha fatto l’impressione di una donna non soltanto intelligente e civile, ma profondamente buona. Lo so, è solo un’impressione, ma vale per lei quello che ho già detto di Zachar Prilepin: mi fido di loro.

Facciamo la conoscenza di Zachar Prilepin nel capitolo VIII Mosca, Altaj, 1994 – 2001.

Oggi Zachar Prilepin si avvicina ai quaranta. Vive con la moglie e i figli a Nižnij Novgorod, dove dirige l’edizione locale di «Novaja Gazeta», il giornale indipoendente su cui scriveva Anna Politkovskaja. Autore di tre romanzi, si trova nella fase di passaggio dal rango di giovane speranza a quello di autore affermato, sia nel proprio paese che all’estero. Il primo dei suoi romanzi parla della Cecenia, dove è stato soldato, il secondo dei dubbi e delle indecisioni di un ragazzo di provincia che crede di dare un senso alla propria vita impantanata diventando un nazbol, vale a dire un militante del Partito nazionalbolscevico. Questo libro è nato dall’esperienza dell’autore e di amici suoi coetanei, perché da più di quindici anni Zachar Prilepin è un nazbol convinto. Del nazbol ha i tratti tipici: è robusto, rasato a zero, indossa vestiti neri, porta Doc Martens e, con tutto questo, è la dolcezza fatta persona. Bisogna stare attenti, lo so, ma dopo avere trascorso qualche ora con lui sono disposto a giurare che Zachar Prilepin è un uomo formidabile. Onesto, coraggioso, tollerante, uno che guarda la vita come guarda le persone, dritto negli occhi, non per sfida ma per capire e, fin dove possibile, amare. Il contrario del rozzo fascista, e anche il contrario del dandy decadente che si fa sedurre dall’iconografia nazista o staliniana. Nei suoi libri, che sono tradotti e che consiglio vivamente, Prilepin parla della vita quotidiana nella provincia russa, dei lavoretti saltuari, delle sbronze con gli amici, dei seni della donna che ama, del suo amore apprensivo e pieno di meraviglia per i figli. Racconta la crudeltà dell’epoca ma anche i momenti di pura grazia che può riservare una giornata quando non si è distratti. È uno scrittore eccellente, serio e delicato, che si potrebbe, tanto per farsi un’idea, accostare al Philippe Djian degli inizi – ma un Philippe Djian che sia stato in guerra.

Torniamo a Olga.

Lo so, è solo un’impressione, ma vale per lei quello che ho già detto di Zachar Prilepin: mi fido di loro.
Ebbene, ecco quello che mi ha detto Olga: «Ne ho conosciuti, di scrittori, sa, soprattutto russi. Li ho conosciuti tutti. E fra loro l’unico tipo a posto, veramente a posto, era Limonov. Really, he is one of the most decent men I have ever met in my life».
Sulle sue labbra la parola decent aveva lo stesso significato che le dava George Orwell quando parlava di common decenti: quella mirabile virtù diffusa, diceva lui, più nel popolino che nelle classi elevate, ed estremamente rara negli intellettuali, che è un misto di onestà e di buon senso, di diffidenza verso i paroloni e di fedeltà alla parola data, di valutazione realistica della realtà e di riguardo nei confronti degli altri. Naturalmente, per quanto mi fidi di Olga, faccio un po’ fatica a vedere il volto di Eduard incorniciato da un’aureola di decency quando spara su Sarajevo o cospira con biechi figli di puttana come il colonnello Alksnis (rassicuratevi: anche Olga fa fatica). Ma considerando altri momenti capisco quello che vuol dire Olga, sì – e la prigionia è uno di questi momenti. Forse il momento più mirabile della vita di Eduard, quello in cui è stato più vicino a essere ciò che sempre, strenuamente, con la cocciutaggine di un bambino, ha cercato di essere: un eroe, un uomo davvero grande.

Non anticipo niente sull’ultima parte del libro, quella, appunto, sulla prigionia. Perché, come scrive Yasmina Reza nella quarta di copertina, è sconvolgente, ed è giusto lasciare che chi non conosce il libro la scopra da sé.
Limonov è una storia densissima: la prima lettura serve per lasciarsi trasportare dalla biografia del protagonista. Chi, come me, è appassionat* di non-fiction storytelling, apprezzerà ancor di più la bravura di questo autore in una rilettura.


Poco tempo per leggere? Nessun problema: l’app gratuita RaiPlay Radio contiene l’audiolibro Limonov, letto da Elio De Capitani, all’interno del programma Ad Alta Voce.

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