LA VITA SEGRETA di Andrew O’Hagan

Tre storie vere dell’era digitale.


Dal risvolto:

O’Hagan è sceso davvero negli abissi largamente sconosciuti della rete. E al suo ritorno, come un esploratore vittoriano, ha steso tre relazioni estremamente accurate, che anche quando sembrano sul punto di sconfinare nella farsa – come nel caso dell’abortita collaborazione con Assange – sono in realtà altrettanti racconti del terrore. Di cui si ha da subito la sensazione, però, di non potere fare a meno.

Da leggere se:

— senti nominare parole come Bitcoin e dark web ma non sai esattamente di cosa si tratti. La vita segreta è un’immersione in mondi digitali oscuri e affascinanti come la giungla dell’isola di Mompracem;

— ami la scrittura biografica e autobiografica
Andrew O’Hagan ci regala due ritratti appassionanti. Il primo è di Julian Assange, cofondatore di WikiLeaks. Il secondo è dell’uomo che, forse, si cela dietro lo pseudonimo Satoshi Nakamoto, ovvero il creatore del Bitcoin. La parte autobiografica invece riguarda il racconto di come l’autore sia riuscito a infiltrarsi nel dark web assumendo una nuova identità;

— ti interessa il contenuto, ma anche la forma. La vita segreta è un libro da leggere perché ci permette di entrare in mondi poco conosciuti, ma anche perché è avvincente come un romanzo.


Visitai per la prima volta il nuovo cimitero di Camberwell circa sei anni fa, mentre cercavo la tomba di un giovane chiamato Melvin Bryan, un criminale comune che era morto pugnalato in un covo di tossici a Edmonton. Passeggiando lungo i viali ricoperti di foglie secche congelate, avevo notato quante delle persone lì sepolte fossero morte giovani – spesso si riconoscono dai peluche che riposano accanto alle lapidi. Lo scorso inverno vi ritornai. Stavolta faceva ancora più freddo, e i viali luccicavano mentre scendevo verso la chiesa. Durante la mia visita precedente non avevo notato che Charlie Richardson, il capo della Banda Richardson, fosse sepolto lì, come pure George Cornell, il gangster ammazzato dai gemelli Kray nel pub The Blind Beggar. Ma erano le tombe dei bambini sconosciuti, con le loro sentinelle di peluche, a essermi rimaste più profondamente impresse. Gli alberi spogli lasciavano filtrare la luce sulle lapidi, e i rami cadenti parevano additare le storie dei loro occupanti. Quando dico « storie » non intendo soltanto quelle affisse alle tombe, ma le storie che ci portiamo dietro, le favole che ci raccontiamo e che ancora non hanno un significato particolare. Per una ragione tuttora a me oscura, annotai i nomi di Paul Ives, Graham Paine ( « che perse la vita per annegamento » ), Clifford John Dunn, Ronald Alexander Pinn e John Hill, tutti nati negli anni Sessanta, come me, e morti prematuramente. 

Lettura obbligatoria: per chi vuole comprendere il mondo in cui viviamo, e vuole farlo attraverso tre buone storie.


Lascia perdere: se sei convint* ci sia ancora una distinzione netta tra mondo reale e mondo digitale.


Cosa mi ha insegnato:

— la prefazione è una lezione imperdibile sul raccontare, sulla scrittura e sul ruolo di autore/autrice; 

— due storie su tre sono racconti biografici in cui emerge la figura del biografo – tradizionalmente dietro le quinte in questo tipo di scrittura. Invece è proprio la presenza dell’autore, del suo punto di vista e del suo essere dentro la storia che rendono unici questi ritratti.


Dalla prefazione:

Ho detto di come la rete ci abbia resi tutti dei creatori di noi stessi, eppure le persone di cui scrivo in questo libro, che gli piaccia o no, sono tanto padroni quanto vittime di internet. Erano uomini in difficoltà, e io ho avuto la sensazione di lavorare a dei casi clinici, oltre che culturali. In modi diversi, questi personaggi o i loro incaricati sono venuti a cercarmi perché volevano che qualcuno raccontasse la loro storia, ma nessuna delle storie che ho saputo raccontare è quella che loro avrebbero voluto. In tutti i casi ne è nata una storia su come un io digitale e un io reale possano essere perennemente in conflitto. Nel complesso ho trascorso molti anni insieme a loro, e da loro ho imparato che – anche in mezzo ai lustri, ai fasti, ai fiaschi del web – i problemi umani sono sempre gli stessi, e il sofisticato lavorio dei computer non può cambiare questo dato di fatto.

L’autore:

Andrew O’Hagan è uno scrittore di romanzi e opere non-fiction. Il suo primo romanzo Ai nostri padri è arrivato finalista al Booker Prize. Collabora con la London Review of Books, Esquire e T.

Vuoi saperne di più? Puoi leggere questo articolo di Rivista Studio e trovare tutte le info sul libro qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *