SEI UN EROE O UN TOPO DI FOGNA? IL PUBLIC SPEAKING E LA CASA DI CARTA.

Come un discorso ben costruito può plasmare la realtà.


Che razza di domanda è: sei un eroe o un topo di fogna? La risposta sembra ovvia.
Se hai guardato l’inizio de La casa di carta 3 rinuncerai al mantello da eroe/eroina per scendere nelle fogne con gli amici topi. Non ci credi? Vai avanti a leggere.


*** Questo articolo contiene un mini-SPOILER sui primi 5 minuti della puntata 1 de La casa di carta 3. ***
Poca roba, insomma. Lo segnalo comunque per chi, come me, evita persino i trailer di film e serie tv perché non vuole rovinarsi la sorpresa.
La terza stagione inizia con Arturo Román che, smessi i panni dell’ostaggio, veste quelli del coach motivazionale.


Recap sul personaggio preso da Wikipedia: direttore della zecca di Stato, codardo e voltagabbana in quanto cerca spesso di manipolare altri ostaggi affinché trovino una via di fuga al suo posto. Ha una relazione extraconiugale con la sua segretaria Monica, la quale aspetta un figlio da lui. Arturo rischia più volte di essere ucciso a causa del suo carattere sovversivo nei confronti dei rapinatori.


L’ex ostaggio ora è speaker in un teatro affollato dal pubblico. Pensandoci bene, ci sono ben due pubblici: 
— ci siamo noi, il pubblico che ha visto le prime due stagioni de La casa di carta e sa come sono andate davvero le cose. Noi siamo il Pubblico 1;
— c’è il pubblico della storia, quello che guardiamo seduto in sala in trepidante attesa dello speaker. Quello è il Pubblico 2.

Il resoconto di Arturo-coach sulla rapina è così tendenzioso e manipolatorio che per noi, Pubblico 1, diventa uno spasso ascoltare la sua versione dei fatti. Eccola.

“Da due anni e mezzo, molti di voi mi danno dell’eroe. 
No, vi sbagliate, non sono un eroe.
Sono un uomo normale che ha avuto il coraggio di rifiutarsi di inginocchiarsi davanti ai terroristi.
È per questo… che sono qui, oggi. Con la dignità intatta.
Intanto, quei topi di fogna… continuano a nascondersi nei loro buchi.”

Stacco, vediamo Rio e Tokyo che se la spassano in un’isola caraibica.

“Ad alcuni, quei sequestratori stanno simpatici. Sì, credetemi. Li trovano divertenti. E io mi chiedo: “È divertente un criminale?” Un terrorista può essere considerato un eroe? Questo cosiddetto Professore è un Robin Hood? No!
Helsinki… la Bestia dei Balcani, che mi ha tenuto per 24 ore con un ordigno esplosivo al petto, può essere l’idolo di qualcuno? 
Io spero solo… che sia divorato dalla sua coscienza ogni attimo della sua miserabile vita.”

Stacco, vediamo Helsinki e Nairobi che suonano e ballano nella pampa argentina.

“Ho attaccato il cosiddetto Denver con delle forbici non affilate. Lui aveva un M16. Un suicidio? Forse, ma grazie a questo, sono fuggiti i primi ostaggi. 
Ma in cambio si è preso ciò che amavo di più: Monica Gaztambide. La mia amante! Sì, ho anche commesso degli errori. Sono stato uno di quegli uomini infedeli. Uno di quei disprezzabili egoisti. 
Per questo… ho perso assolutamente tutto. Oggi, mi sveglio ogni mattina e penso a cosa può essere successo a mio figlio.” 

Stacco, vediamo Denver, Monica e il bebé che si divertono in Indonesia.

“La vita… la vita si perde quando si smette di prendere decisioni e ci si lascia andare per inerzia. Io sono stato un ostaggio, ma siamo tutti ostaggi di qualcosa. Di fronte a questo… bisogna solo decidere. Io prendo decisioni! Affronto i miei problemi! Ripetetelo! 
Io prendo decisioni! Affronto i miei problemi!
Io prendo decisioni! Affronto i miei problemi!”


Se non ne avete ancora abbastanza di Arturo, o meglio Arturito, come lo chiamano i rapinatori, potete godervi anche il suo personalissimo riassunto delle prime due stagioni.

Per noi Pubblico 1 la situazione è chiara: questo personaggio non è cambiato, resta il manipolatore di sempre. Lo capiamo dal montaggio che alterna la sua retorica spudorata e il linguaggio del corpo da predicatore alle scene di divertimento intenso e spontaneo dei rapinatori. 
La realtà è molto diversa dall’interpretazione che ne fa lo speaker.

Dall’altra parte il Pubblico 2 non sa come sono andate davvero le cose. E dunque crede alla versione dello speaker. Del resto, perché non dovrebbe?
Il suo discorso è ben costruito: vediamo come. 


Il discorso di Arturito: analisi


All’inizio si presenta come una persona comune, con cui è facile identificarsi: 

Da due anni e mezzo, molti di voi mi danno dell’eroe.
No, vi sbagliate, non sono un eroe.

La persona comune fa un gesto fuori dal comune. E qui scattano ammirazione e voglia di emulazione.

Sono un uomo normale che ha avuto il coraggio di rifiutarsi di inginocchiarsi davanti ai terroristi. È per questo… che sono qui, oggi. Con la dignità intatta.

Per rafforzare l’identificazione del Pubblico 2 crea un divario noi / loro.

Intanto, quei topi di fogna… continuano a nascondersi nei loro buchi.

Noi = Arturito, e con lui il Pubblico 2, definiti “persone normali che hanno coraggio”
Loro = i rapinatori, definiti “topi di fogna”
A questo punto noi, Pubblico 1, cominciamo a chiederci da che parte stiamo in questa estremizzazione.


Prosegue rafforzando il divario noi / loro.

Ad alcuni, quei sequestratori stanno simpatici. Sì, credetemi. Li trovano divertenti. E io mi chiedo: “È divertente un criminale?” Un terrorista può essere considerato un eroe? Questo cosiddetto Professore è un Robin Hood? No!
Helsinki… la Bestia dei Balcani, che mi ha tenuto per 24 ore con un ordigno esplosivo al petto, può essere l’idolo di qualcuno?
Io spero solo… che sia divorato dalla sua coscienza ogni attimo della sua miserabile vita.

Il Noi, ovvero Arturito e il Pubblico 2, è sempre più delineato = persone normali che hanno coraggio e il buonsenso di non considerare simpatici dei terroristi.
Il Loro, ovvero i rapinatori e il Pubblico 1, è sempre più da disprezzare = topi di fogna che considerano divertente tenere Arturito con un ordigno esplosivo al petto per 24 ore.


Il climax del divario noi / loro: un paio di forbici con punte arrotondate contro un M16.

Ho attaccato il cosiddetto Denver con delle forbici non afflilate. Lui aveva un M16. Un suicidio? Forse, ma grazie a questo, sono fuggiti i primi ostaggi. 

Lo speaker comincia l’intervento con umiltà: non sono un eroe. Costruisce il discorso in modo che siano i fatti che racconta, e non le sue parole, a incoronarlo eroe. Un classico esempio di show, don’t tell.


Ogni struttura narrativa che si rispetti è fatta di azioni e conseguenze. Le conseguenze del climax – vedi punto precedente – devono essere altrettanto intense. Eccole. 

Ma in cambio (Denver) si è preso ciò che amavo di più: Monica Gaztambide.

Qui arriva lo svelamento. Arturito ammette di avere sbagliato. Non è l’eroe senza macchia, irraggiungibile, ma “l’uomo normale” dell’inizio del discorso. Un uomo che ha avuto coraggio, ma con delle fragilità. Il livello di empatia e/o identificazione del Pubblico 2 aumenta a dismisura.

La mia amante! Sì, ho anche commesso degli errori. Sono stato uno di quegli uomini infedeli. Uno di quei disprezzabili egoisti. Per questo… ho perso assolutamente tutto. Oggi, mi sveglio ogni mattina e penso a cosa può essere successo a mio figlio. 

Questo eroe fragile ha sbagliato, ma ha pagato le proprie colpe perdendo tutto. E ora mette a disposizione degli altri la propria esperienza. Un vero mentore.

La vita… la vita si perde quando si smette di prendere decisioni e ci si lascia andare per inerzia. Io sono stato un ostaggio, ma siamo tutti ostaggi di qualcosa. 

E infine, l’immancabile call to action presente in questi tipi di discorso. Passiamo dalla parola all’azione: 

Di fronte a questo… bisogna solo decidere.
Io prendo decisioni! Affronto i miei problemi! Ripetetelo! 
Io prendo decisioni! Affronto i miei problemi!
Io prendo decisioni! Affronto i miei problemi!


Dalla fiction alla realtà

Lo speaker si presenta come un eroe vulnerabile, con ombre e luci. Dal punto di vista della comunicazione questa è la mossa perfetta. 
Il sottotesto del discorso è “sono stato capace di compiere grandi azioni, ma anch’io ho fatto degli sbagli, ho delle colpe. Sono come te. Siamo uguali. Dunque anche tu puoi diventare un* eroe/eroina.”
Perché non credergli? La sua comunicazione è efficace. Riesce a farsi percepire come autentico, infatti per il Pubblico 2 è autentico.

Noi Pubblico 1 onnisciente sappiamo che non è così. Scena dopo scena impariamo che farsi percepire come autentici è diverso da essere autentici. Lo spiega molto bene Riccardo Scandellari in questo articolo.

Se essere un eroe equivale a essere come Arturito, molto meglio essere un topo di fogna e spassarsela con Tokyo, Helsinki e gli altri/le altre. La storia ci dà ragione e sbugiarda, stacco dopo stacco, tutte le mistificazioni dello speaker, aumentando il nostro divertimento.

Una volta che usciamo da Netflix noi Pubblico 1 perdiamo il superpotere dell’onniscienza, e diventiamo vulnerabili alle trappole della retorica usata con fini poco nobili, proprio come accade al Pubblico 2.
Nella realtà non ci sono stacchi a indicarci quando una comunicazione – una pubblicità, un discorso politico… – diventa ingannevole. 

Dobbiamo cavarcela da sol*, ed è per questo che conoscere i meccanismi della comunicazione può fare la differenza. 
È importante sapere che il divario noi / loro è spesso pericoloso. Questo libro ne parla.
È necessario scindere tra l’identificazione con lo / della speaker – fedifraga come noi, padre di famiglia come noi, che ha fatto errori come noi – e il contenuto di ciò che sta dicendo.
È fondamentale individuare gli obiettivi di chi sta parlando: dove mi vuole portare con il suo discorso? Di cosa mi vuole convincere? Più il discorso ha fini occulti ed è ben costruito, più lo speaker / la speaker è capace, più difficile sarà individuare il vero fine della comunicazione. Diventa fondamentale saper leggere tra le righe.

Molti pensano che conoscere i meccanismi della comunicazione e del public speaking sia utile solo a chi deve tenere un discorso. 
In realtà questo tipo di conoscenza può aiutarci ad ascoltare e a comprendere meglio: per essere cittadin* e consumator* consapevoli, per poterci difendere, per scegliere a chi dare fiducia nel pieno delle nostre facoltà.
Perché non sempre eroe significa eroe e topo di fogna significa topo di fogna. A volte è tutto il contrario.

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