MORFOLOGIA DI UN’AULA DI TRIBUNALE COME SPECCHIO di Maddalena Rostagno

Discorso autobiografico scritto durante il corso Holden Over 30 Storytelling.



Sono stata per tre anni a due metri dalla gabbia che ospitava il presunto killer di mio padre.
Sei mai entrato in un’aula di un tribunale? Mi piacerebbe che mi seguissi, che ci entrassimo insieme.

Qualunque tribunale andrà bene, che sia grande o piccolo avrà sicuramente uno stile architettonico lineare, duro, senza fronzoli. Come se la linearità e l’essenzialità potessero esprimere in qualche modo la neutralità di questo luogo. Quasi sempre vi si accede salendo una scalinata, che ne prolunga l’accesso, in modo da sottolineare il luogo dove stiamo per recarci: IL PALAZZO DI GIUSTIZIA. Solitamente hanno i soffitti molto alti, un po’ come le chiese, forse è una caratteristica dei luoghi in cui devi percepire di non essere il centro. Hai la stessa sensazione di ritualità quando ci entri. Ti ritrovi in uno spazio dove tutte le proporzioni sono a tuo sfavore: tu piccolo in uno spazio solenne.
Ho sentito spesso il bisogno di portare con me un oggetto piccolo, da tenere in tasca, una sorta di amuleto.
Facendo attenzione che fosse compatibile ai controlli con il metal detector, la prima barriera che incontri. Nell’udienza più importante, quella dove la Corte emette il verdetto, avevo con me un sasso.

Ci sono molte barriere nei tribunali, fisiche e psicologiche.
Superata la prima barriera ti ritrovi nell’atrio da cui partono una serie di corridoi e devi scoprire dove si trova la tua aula.
È uno spazio organizzato che segue precise gerarchie e separazioni. Ogni individuo ha un ruolo specifico a cui è assegnata una posizione specifica. Prima di entrarci la prima volta ho riletto un libro che per me ha significato molto: Una storia quasi soltanto mia. Un’intervista di Piero Scaramucci a Licia Pinelli. Una lezione di dignità e di pudore. Volevo riuscire a stare composta dentro quel luogo.
Tu dove vorresti sederti?
Sulle poltrone dietro al banco, sul palchetto rialzato in fondo all’aula, siedono il giudice, il giudice a latere e la giuria popolare. Sopra le loro teste troneggia la scritta: “LA GIUSTIZIA È UGUALE PER TUTTI”. Di fronte a loro un corridoio che divide le due file di banchi, dove siedono: in prima fila l’accusa (cioè i pubblici ministeri), gli avvocati difensori (dell’imputato) e poi le parti civili. In fondo sono previsti dei banchi, sedie o panchine per il pubblico. Il più delle volte questo spazio è anch’esso ben delimitato, circoscritto, separato dagli altri. Se ti trovi in un’aula dove la persona incriminata è agli arresti o ritenuta pericolosa, c’è una gabbia. Nella mia aula la gabbia è dalla parte opposta ai banchi dei suoi avvocati. Quindi è vicina ai banchi dei pubblici ministeri e delle parti civili.

Dalla mia sedia alla sua gabbia ci sono due metri.
Ci sono molte barriere nei tribunali, fisiche e psicologiche.
I giudici, gli avvocati, i magistrati, i cancellieri, tutti indossano delle toghe. Alcuni dettagli, anche piccoli appuntati sulle spalle ne marcano le differenze di grado, funzione, prerogativa. La sacralità del rito. 
A seconda del tuo ruolo hai specifiche possibilità, te le senti proprio addosso, come se avessi un cartellino.  Sul mio c’è scritto: -figlia minore della vittima, ai tempi dell’agguato aveva quindici anni-.
Non ho la possibilità di parlare, d’intervenire, se non quando decideranno di interrogarmi come persona informata sui fatti. Se vuoi far presente qualche istanza, lo devi fare tramite avvocato.
Non ci facciamo più caso, ormai, a quando sia importante la facoltà di poter parlare.
Tutto quello che avviene in aula ti mette di fronte ad uno specchio, a chi sei, e a chi vorresti essere. Può essere anche un percorso personale, un’occasione di crescita, di consapevolezza. Io ho compreso molto di me stessa.

La mia aula non ha finestre, mi manca la luce naturale. Il cielo. Secondo te è studiato anche questo?
Tu cosa ne pensi dell’ergastolo? Pensaci un attimo prima di rispondere.
Non so quale sia la prima cosa che ti viene in mente, ma riflettici prima di rispondermi. 
Stiamo vivendo una fase storica che predica la paura, l’imbarbarimento, l’assenza di empatia. 
Pensi che il carcere debba essere un luogo dove rinchiudere una persona e buttare le chiavi?
Non ho la risposta giusta. Non ho ancora trovato le parole che descrivano la sensazione che ho provato quando è stato dato l’ergastolo a chi mi ha resa orfana, ma sono felice di non aver esultato.
Nessuna call to action, nessuna grande verità. Solo un confuso spunto per riflettere sul nostro modo di essere umani.


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