DALL’ALTRA PARTE di Federica Fumagalli

Discorso scritto durante il corso sullo speechwriting per i college Brand New e Digital di Scuola Holden.


Ho sofferto di disturbi alimentari per 12 anni. Disturbo dell’alimentazione incontrollata, binge eating, bulimia nervosa, chiamatela come volete. Per più di dodici anni ho avuto una sola ossessione in testa, che spuntava fuori nei momenti più impensabili. Cibo. Sembrava non bastare mai.
Di quel periodo ricordo una gran sofferenza che non poteva essere raccontata, e che non riuscivo a condividere con nessuno perché ogni volta si scontrava con i pregiudizi degli altri e la paura di rivelarmi sbagliata.

Avrei potuto tranquillamente andare avanti a fingere di stare bene ancora per un bel pezzo, se non fosse che la mia amica Zelinda, una sera che stavamo chiacchierando fitto sul pavimento di camera sua, riuscì a farmi cambiare idea. In quel periodo la mia amica non se la stava passando affatto bene, schiacciata da eventi che non sapeva come gestire. Non vi saprei spiegare cosa lessi nel sottotesto delle sue parole, ma quella sera, mentre si mostrava fragile e vulnerabile ai miei occhi, per la prima volta sentii che forse anche io avrei potuto condividere con qualcuno quello che stavo passando, in totale sicurezza.

Ovviamente non lo feci. Mi guardai bene dal rivelarle quale pazza psicopatica fossi quando si trattava di cibo. Mi ci volle ancora un po’ prima di riuscire a smettere di negare il problema e convincermi che da sola non sarei riuscita ad uscirne. Quando finalmente successe, andai da mamma e dissi: “Mamma, credo di avere un problema con il cibo. Vorrei parlarne con qualcuno”.

“C’è bisogno dello psicologo? Non puoi metterti a dieta come tutti gli altri?”

No mamma, non posso. Perché il mio problema con il cibo non è il cibo. Il mio problema con il cibo sono le bugie, i divieti, le relazioni malate, i sensi di colpa verso me stessa, la lotta perenne contro il mio cervello, l’isolamento forzato in cui mi sono infilata, la vergogna, la rassegnazione, l’intimità negata con chiunque, la spontaneità sacrificata, il senso di abbandono, l’odio verso il mio corpo, l’odio che vedo negli sguardi degli altri, l’odio verso gli altri, l’odio verso il cibo, l’odio.

Ovviamente non dissi niente di tutto ciò. L’indisposizione che provavo nei suoi confronti nasceva da un’incomunicabilità di fondo, che entrambe non eravamo mai riuscite a scavalcare e alla quale mi ero ormai rassegnata. Io pensavo di lei che fosse un mostro a sei teste, senza uno straccio di istinto materno, che non mi capiva, che non voleva capire, che mi giudicava e a cui fregava solo di preservare l’apparenza di brava madre che ha cresciuto una brava figlia, senza crepe e difetti. Lei pensava di me che fossi una debosciata senza speranza, che non riusciva a stare dieta per più di tre giorni di fila e la cui massima aspirazione nella vita fosse il divano con i cartoni animati, a ogni ora.

Io avevo ragione. Lei aveva ragione. Entrambe eravamo infelici.

Ciò che ho capito da tutta questa esperienza è che la guarigione non è una questione di avere ragione. La guarigione è una questione di trasformare il dolore nel proprio alleato.
Perché nel momento in cui mia madre ha smesso di giudicarmi e volermi aggiustare, e mi ha consegnato il suo dolore di madre che non capiva cosa stessi passando, l’odio nei suoi confronti è svanito, lasciando il posto all’empatia.
È successo dopo un litigio durato tre giorni, in occasione del quale ero piombata in uno dei miei silenzi strategici, il cui sottotesto era “se tu non mi vuoi capire, io non ti voglio parlare”. Riuscii a tenere il punto per tre giorni, alla fine dei quali una mamma in lacrime mi si parò davanti, e mi disse “Come madre e come donna mi sento una fallita. Non capisco quello che stai passando, e ogni volta che apri la dispensa, mi chiedo in che cosa ho sbagliato”.
È stata quella la prima volta in cui il dolore che provavo io era lo stesso che provava lei, anche se proveniva dalla parte opposta della barricata.

C’è servito ancora un po’ di tempo. Io e mamma abbiamo continuato ad avere le nostre divergenze, soprattutto in fatto di cibo e di “metodi per venirne fuori”. Ma dopo che entrambe avevamo lasciato intravedere il nostro dolore, consegnandolo fiduciose all’altra, è stato più facile comunicare e comunicarci. Ma ancora più importante, da quel giorno ho saputo di non essere più sola, e insieme siamo guarite più in fretta.

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