IL GATTO SUI TETTI di Marco Balmativola

Racconto scritto durante il corso sullo Scrivere di sé per il college Crossmedia della Scuola Holden.

Mia nonna aveva questa abitudine, cioè di lanciare ai gatti gli avanzi di cibo dalla finestra, li lanciava raccolti in piccoli contenitori improvvisati di alluminio, potevano essere spaghetti, cozze, avanzi di hamburger, tutto quello che si avanzava a pranzo veniva lanciato dalla finestra in questi piccoli gomitoli argentati di alluminio. E un bel giorno anche io cominciai a tirare involucri ripieni di cibo, come se ci fosse un esercito di gatti da sfamare che si aggirava per i tetti, e noi eravamo la croce rossa di quell’esercito, dovevamo tirargli i rifornimenti cosicché potessero andare avanti con la loro guerra, e poco importava se ogni tanto qualche pacchettino d’alluminio spigoloso colpiva in pieno un gatto, rispondeva tutto alla legge del caso, si colpivano indistintamente gatti di fazioni diverse, non importava che fossero grigi rossi o striati o neri o di razza, anche se era difficile trovare gatti di razza con tanto di pedigree, erano quasi tutti gatti randagi, ma abituati a intrattenere rapporti con esseri umani come noi, esseri umani che li sfamassero, e se ogni tanto capitava qualche carezza era ben accetta anche quella, perché confortava l’animo del randagio che partiva per la grande battaglia, la battaglia che consisteva nell’accaparrarsi più provviste possibili, e quindi i gatti mangiavano per poter lottare e lottavano per poter mangiare. C’erano i gatti abituati agli spaghetti, quelli che prediligevano la carne o il tonno in scatola, e allora creavano alleanze sulla base di queste preferenze, oppure si accordavano per spartirsi il bottino, tu ti prendi il tonno e io l’amatriciana, ma si sa che i gatti sono animali individualisti, e gli piace avere compagnia solo di tanto in tanto, sia di gatti che di umani e qualche volta anche di cani o altri animali, che però fungono da prede, come canarini e topi, che sono dei veri e propri svaghi ma non rientrano a pieno titolo nella categoria cibo, in quella ci rientrano le cose già pronte come quelle che io e mia nonna tiravamo con tanto accanimento dal balcone. Un giorno di primavera decidemmo di adottare e addestrare il nostro personale gatto soldato, lo scegliemmo tra una cucciolata orfana della madre, la nostra vicina di casa ci disse di sceglierne uno ma alla fine non c’era stata data nessuna possibilità di scelta perché gli altri gatti erano già stati adottati e uno era morto, erano cinque fratelli, uno grigio, uno rosso, uno bianco nero e rosso, uno bianco, uno nero e uno bellissimo color senape, che era quello morto, quindi in realtà i gattini erano sei ma cinque erano i sopravvissuti e quattro erano stati adottati, così a noi capitò di allevare quello bianco anche se io personalmente avrei preferito adottare quello bianco nero e rosso che era una femmina per la varietà di colori che si portava addosso. Avevo sentito che i gatti bianchi con gli occhi chiari possono rivelarsi sordi, e sapendo questo pensai di testare la capacità del mio soldato di sentire i rumori con una piccola versione in miniatura di una trombetta da stadio, ma da una certa distanza dalle orecchie del gattino bianco, primo per non spaventarlo troppo, secondo per non rischiare di renderlo sordo anche se non lo era. Il test produsse un risultato soddisfacente in quanto il gattino trasalì e servì anche per comprendere la natura del suo carattere, che poteva apparire soprattutto docile, ma forse questa impressione era data dal fatto che si trattava di un batuffolo di peli bianchi con gli occhi tendenti al chiaro (forse fu il fatto che non erano occhi azzurri a salvarlo dalla sordità, erano chiari ma non direi azzurri), e invece io l’avevo capito subito che si trattava di un gatto fiero che sapeva dissimulare la paura, lo vidi dalla posa che assunse una frazione di secondo dopo lo spavento della tromba, era una posa di rimprovero nei miei confronti, rimarcata dallo sguardo, e fu lì che capii che non era un gatto sordo dagli occhi chiari, ma un gattino che avrebbe potuto anche ambire a qualche titolo nobiliare all’interno della gerarchia dei gatti che si era instaurata sui tetti di casa di mia nonna. Ma io non mi facevo illusioni, e neanche il gatto bianco se ne faceva, e da quel giorno cominciò a crescere e crescere e crescere a dismisura, fino a diventare il gatto più grosso del palazzo, un gatto enorme ma non grasso, agile, e ne ero fiero perché era il mio gatto, e tutti i giorni cercavo di instillargli i valori del soldato ma in maniera sana, non volevo che diventasse un gatto inutilmente violento o un gatto che si comportava da prepotente nei confronti degli altri gatti, un gatto che non distinguesse il clima di pace da quello di guerra, volevo che fosse un gatto equilibrato, magari un gatto capace di schivare i colpi dell’alluminio, un gatto agguerrito ma leale. E lui capiva che io come maestro avevo dei limiti evidenti, anche perché ero un bambino che la guerra non l’aveva mai fatta, e si faceva nutrire da mia nonna molto volentieri. E la trattava con rispetto, come io avrei dovuto trattarla, mentre invece io di lei ogni tanto mi dimenticavo, anche perché se non ero intento a giocare con i gatti, giocavo con i miei giocattoli, ma era molto più noioso e lo facevo solo quando c’erano le tregue, lontano dai pasti, perché poi la guerra ricominciava e allora tutti i condomini il cui balcone affacciava sullo stesso cortile e sugli stessi tetti cominciavano prima pian piano, poi in maniera sempre più spudorata, a lanciare involti d’alluminio ripieni di cibo, e si levavano i primi miagolii di protesta, specie quando era sera e il sole cominciava a calare, e i condomini tiravano a caso colpendo e mietendo vittime a non finire, o forse era tutto nella mia immaginazione, e il momento più bello era quando il mio condottiero bianco, stanco di stare in casa a nutrirsi delle stesse cose scendeva in guerra e voleva a tutti i costi accaparrarsi il cibo degli altri, allora lo vedevo che si metteva vicino alla ringhiera del balcone e con aria fiera guardava gli altri gatti azzuffarsi e io sapevo A COSA stesse pensando, non pensava di volerli fare neri, no, pensava che un giorno sarebbe stato il loro re e avrebbe promulgato delle leggi speciali che regolassero la raccolta degli involucri di alluminio e la loro ridistribuzione tra i meno abbienti, perché era un condottiero contrario alla guerra, un fiero oppositore della violenza gratuita, un gatto dai sani principi che in parte gli avevo instillato io, in parte mia nonna, in parte la tv e i giornali, ma che gli erano stati conferiti soprattutto dalla sua condizione di gatto orfano e grato di essere stato accudito da una famiglia sgangherata come la nostra, che partecipava così volentieri a un grande gioco di guerra tra gatti senza capire che in realtà per alcuni randagi quella guerra era tutto, e allora si trattava di una vera e propria guerra che durava da decenni e la tradizione di lanciare gli avanzi dalla finestra non poteva che alimentarla, e io non avrei voluto alimentare proprio nessuna guerra e nemmeno mia nonna e nemmeno i miei genitori, noi siamo contro le guerre di tutti i tipi, anche contro la guerra che si fanno i bambini in spiaggia per decidere chi ha costruito il castello più bello o chi ha vinto alla gara di biglie o chi si deve aggiudicare l’ultimo ghiacciolo alla coca-cola. E allora la provvidenza mi aveva regalato questo gatto, se così si può dire, anche se io sono più per attribuire tutto al caso, per insegnarmi che anche la guerra più piccola e insignificante, per quanto comprensibili siano i suoi intenti iniziali, per quanto innocua possa sembrare, andrebbe evitata, anche la guerra tra gatti che nel mio condominio tutti si sforzavano di giocare lealmente, e il più leale di tutti era proprio il mio grande gatto bianco, impavido e fiero, ma lui avrebbe voluto farla finita solo che non era ancora abbastanza adulto per mettere in pratica tutte le sue idee rivoluzionarie contro la guerra. I randagi difficilmente gli avrebbero dato ascolto, in fondo lui era un privilegiato, un po’ come me. E invece io gli avrei dato una mano volentieri, avrei rinunciato volentieri allo spasso di buttare gli avanzi di cibo per aria pur di dargli una mano a porre fine a una guerra che purtroppo per lui era una faccenda molto più seria di quanto potesse mai essere per me. Però io non sapevo parlare con i gatti, o loro non sapevano parlare con me, questo me lo spiegò mio padre un giorno durante un viaggio in auto. Tu non puoi parlare con i gatti. E allora io ho pensato che forse sarebbe stato meglio per il mio grande gattino bianco nascere sordo, almeno ci sarebbe stata la scusa, almeno avrei potuto dire di averci provato in tutti i modi, che peccato, il mio gatto è sordo e non potrà mai sapere quanto ci tengo a dirgli che sto dalla sua parte, ecco cosa avrei potuto dire, e invece il mio gattino avrebbe potuto capirmi soltanto nei sogni, in uno di quei sogni che fanno venire la malinconia, perché sarebbe bello vivere come si vive quando si dorme, e credere in ciò che si vuole credere e renderlo vero solamente rigirandosi nel letto e continuando a sognare. Un giorno mi svegliai e il gatto non c’era più, se ne era andato chissà dove, forse a studiare un modo per comunicare con gli uomini, forse a meditare sulla pace e sulla guerra, forse sta progettando un suo ritorno in grande stile, ma mia nonna non abita più nello stesso palazzo e io non lo saprò mai. Non penso che riuscirà a trovarmi. Un giorno, poco tempo fa, cioè tanti anni dopo, chiesi a mio padre “ti ricordi di quando tiravamo il cibo ai gatti?” e lui mi disse che non era mai successo, secondo lui, che mia nonna tirasse cibo ai gatti in pacchettini di alluminio.

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