A CHI INTERESSA LA MIA STORIA?

Scrivere di sé pur non essendo Superman o Wonder Woman.

Ogni corso di scrittura autobiografica è a sé, ma negli anni sono emerse alcune, ormai rassicuranti, costanti.
La domanda “A chi dovrebbe interessare la mia storia?” è senza dubbio una di queste. A volte viene posta dalla studentessa più coraggiosa, o dal più preoccupato, o da quella insicura. Ma emerge sempre, e subito altri interrogativi della classe fanno da cassa di risonanza:

— la mia vita non è avventurosa, avrà comunque senso raccontarla?

— non ho subito chissà che traumi, sono cresciut* in una famiglia serena, ma tutte le storie autobiografiche che leggo raccontano di malattie, disgrazie, violenze, disavventure. Devo inventare qualche catastrofe per dare ritmo alla mia storia?

—  la protagonista della mia vita è la quotidianità. Come posso raccontare le piccole cose di ogni giorno rendendole invitanti agli occhi del pubblico?

Dato che si tratta di un tema molto sentito riassumo alcune considerazioni sul valore del raccontare la propria vita pur non essendo Superman o Wonder Woman, sperando possano essere utili ad altre persone.

Non importa cosa accadde, è la mia interpretazione che fa tutta la differenza

La scrittura autobiografica, come tutte le narrazioni, prevede una scelta di eventi da raccontare. Scegliamo di raccontare alcuni fatti, ne scartiamo altri, altri ancora non li ricordiamo.
Questa cernita forgia la nostra narrazione, dandole un significato preciso. Dan McAdams, docente di Narrative Psychology, ci spiega come:

Le nostre storie tendono a concentrarsi su eventi straordinari, belli e brutti, in quanto esperienze di cui abbiamo bisogno per trovare un senso e una forma. 
Ma le nostre interpretazioni di queste esperienze posso essere molto diverse. 
Per qualcuno, ad esempio, un episodio d’infanzia come l’imparare a nuotare essendo gettato in acqua da un genitore potrebbe riflettersi nel suo sentirsi, oggi, un imprenditore con le spalle larghe, che impara assumendosi i propri rischi. 
Per qualcun altro quell’esperienza potrebbe invece spiegare l’odio verso le barche e la mancanza di fiducia nelle figure autoritarie. 
Una terza persona potrebbe addirittura non includere quell’esperienza nella sua storia, ritenendola non importante. 

Qui l’articolo intero, in inglese.

Lo stesso fatto può avere interpretazioni completamente diverse; addirittura, può essere il cardine di una narrazione autobiografica o al contrario esserne escluso perché considerato irrilevante. Il punto non è che cosa raccontiamo, ma il ruolo che attribuiamo a quell’evento nella nostra esistenza e nella nostra narrazione.
Nella pratica della scrittura questo significa guardare al proprio passato e al proprio presente con curiosità e piglio da investigatore/investigatrice, cercando indizi, risonanze, rimandi e preparandosi a essere stupit* o contraddett*.

Racconto di me, ma il protagonista è il pubblico

Ray Bradbury, autore, tra le altre cose, di Fahrenheit 451, considerava l’aver ricominciato a collezionare fumetti all’età di nove anni l’evento trasformativo della propria vita, quello che lo rese lo scrittore amato e letto tutt’oggi.

A volte sono sbalordito di come, a nove anni, ho saputo capire che ero in gabbia e sono riuscito a scappare.
Com’è possibile che quel ragazzo che ero nell’ottobre del 1929 potesse, per le critiche dei suoi compagni di quarta, strappare i suoi fumetti di Buck Rogers e un mese dopo giudicare i suoi amici dei deficienti e ricominciare a collezionarli?
Da dove venivano quel giudizio e quella forza? Che razza di processo ho sperimentato che mi portasse a dire: sto morendo. Chi mi sta uccidendo? Di cosa soffro? Qual è la cura?
Ovviamente ero capace di rispondere a tutte le domande. Diedi un nome alla malattia: il fatto di aver strappato i fumetti. Trovai la cura: rimettermi a collezionare, non importa cosa.
E lo feci. E fu ben fatto.
Ma ancora. A quell’età? Quando eravamo abituati a subire una tale pressione? Dove ho trovato il coraggio di ribellarmi, di cambiare la mia vita, di vivere da solo?
Non voglio sopravvalutare tutto questo, ma, porca miseria, mi piace quel ragazzino di nove anni, chi accidenti fosse. Senza di lui, non sarei arrivato a scrivere l’introduzione a questi saggi.

Da Lo zen nell’arte della scrittura, Ray Bradbury. 

L’autore racconta un fatto abbastanza comune: un ragazzino che colleziona fumetti, un episodio di bullismo da parte dei compagni, l’affermazione della volontà del ragazzino che decide di andare avanti per la propria strada.
Quello che fa tutta la differenza è lo sguardo di Bradbury sull’evento: l’ha riconosciuto come importante per la propria formazione, l’ha interpretato e l’ha messo a disposizione dei lettori.
Potremmo non avere la passione per i fumetti, o non avere subito episodi di bullismo a scuola, ma nella vita ci sarà capitato di dover superare prove difficili, e magari di trovare la forza per affrontarle. Ci sarà capitato di porci alcune delle domande che si pone Bradbury.
Ed ecco che nella sua storia non c’è più lui, ragazzino di 9 anni. Ci siamo noi, impiegate di 35 anni, appassionati di giardinaggio di 58, studentesse di 17, nonni di 72…
Le storie sono occasioni di trasformazione per il pubblico. Chi guarda un film o legge un romanzo si affida al narratore, che, come una guida esperta, condurrà il lettore o la spettatrice durante il viaggio. Questo significa che il narratore, proprio come le guide esperte, deve già conoscere il percorso. Non vorremo scivolare tutti insieme nel crepaccio, o perderci nel fitto della selva oscura?

Ciascuna storia è un tassello del mosaico

Gli scaffali di librerie e biblioteche sono pieni di storie biografiche e autobiografiche che si dividono in due macrocategorie: da una parte le vite di calciatori, artiste e cantanti famosi raccontate da ghost writers altrettanto famosi; dall’altra i resoconti delle esistenze di senzatetto, avvocati, maestre che con molta più difficoltà trovano visibilità e vengono apprezzati dal pubblico. Tra le due categorie preferisco la seconda per vari motivi.

le storie che raccontano le carriere delle persone famose tendono a seguire sempre la stessa struttura, e dopo un po’ annoiano.
Come scrive Beth Kephart in Handling the Truth: On the Writing of Memoir:

Il memoir non è un resoconto cronologico e tematicamente sordo dei nostri ricordi. Quello è l’autobiografia, che in questo ventunesimo secolo dovrebbe essere lasciata a politici e celebrità. Beh, siamo onesti: dovrebbe solo essere lasciata.”

le storie che raccontano vite apparentemente normali di persone apparentemente comuni riservano sorprese.
Credo dipenda dalla tendenza a etichettare come comune, normale, non degno di nota tutto ciò che non è straordinario. Le storie di vite comuni scritte da autori che non sono celebrità a volte riescono a restituirci uno sguardo nuovo su mondi e stati d’animo che eravamo convinti di conoscere, e invece… Proprio come succede con l’aneddoto di Ray Bradbury e la collezione di fumetti.
In questo sito, settimana dopo settimana, consiglio alcuni libri e pubblico alcuni racconti di questo tipo.

Infine Paul Kalanithi, autore dello struggente Quando il respiro si fa aria, scrive:

A conti fatti, è indubbio che ciascuno di noi riesca a vedere solo un particolare del quadro. Il medico ne vede uno, il paziente un altro, l’ingegnere un altro ancora, e così l’economo, il pescatore di perle, l’alcolizzato, l’antennista, l’allevatore di pecore, il mendicante indiano, il pastore. La conoscenza umana non è mai racchiusa in una singola persona. Nasce dai rapporti che instauriamo con gli altri e con il mondo, eppure non è mai completa.

Ciascuno vive e racconta solo un particolare del quadro, la conoscenza umana non è mai completa, scrive Kalanithi. Questa è una buona notizia: significa che ci sarà sempre spazio per una nuova storia, pronta a regalarci un tassello diverso del mosaico.

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