CHI RACCONTA HA POTERE. CHI HA POTERE RACCONTA.

Ovvero cosa ho imparato dalle mie studentesse e studenti sull’ira di Achille.

Lunedì mattina. Fuori piove, in classe Iliade.
Siamo all’inizio del poema. Chiedo ai ragazzi e alle ragazze di raccontare quello che hanno capito e cosa è rimasto loro impresso.

— Briseide e Criseide, le schiave, venivano trattate come oggetti?
Chiede Giada, che incalza.
— Perché Agamennòne — si ostina a cambiare gli accenti — e Achille se le litigano come fossero oggetti.
— Non solo le donne, anche gli uomini — interviene Marco — Il problema è che erano schiavi.

Questi ragazzini, che considerano l’epica un’antenata di Epic Games, creatore di Fortnite, stanno facendo critica letteraria sociologica.

***Riassunto per chi non ricordasse l’inizio dell’Iliade***

Criseide è la schiava di guerra di Agamennòne, come dice Giada.
Criseide è anche figlia di Crise, sacerdote di Apollo, a cui non sta bene che la figlia sia schiava di Agamennòne.
Per cui Crise chiede di riavere la figlia con sé, pagando un riscatto, richiesta che gli viene negata con sfregio. Allora Crise invoca Apollo che lo vendica seminando tra i guerrieri una pestilenza più letale della guerra.
Gli Achei, che altri non sarebbero che i guerrieri in questione, chiedono a un indovino cos’avranno mai fatto di male per meritare una tale epidemia. E l’indovino, che sapeva fare il suo mestiere, svela che si tratta di Apollo che vendica Crise che rivoleva con sé la figlia Criseide.
Allora tutti – Menelao, Achille, i sopravvissuti insomma – obbligano Agamennòne a liberare Criseide. Agamennòne non ne vuole sapere, ma viene messo alle strette ed è costretto ad accettare. Non si dà per vinto, il tenace Agamennòne. Decide che libererà la sua schiava solo se ne potrà avere un’altra in cambio.
Una a caso? No, lui vuole Briseide, la schiava di Achille. Achille non è d’accordo, ma Agamennòne gli fa notare con diplomazia che lui è il comandante dell’esercito, dunque si fa come dice lui, e ad Achille non resta che cedere la sua schiava.
Dopodiché Achille corre a piangere da Teti, sua madre, dicendo che non combatterà più perché gli è stato fatto questo sgarbo. È così che nasce l’ira di Achille.

***Fine riassunto***

Le considerazioni che possono nascere da questo incipit sono tantissime, ma mi limiterò a seguire la pista dei e delle giovan* critic* letterar* che ho in classe.

Chi racconta la storia? ( 1 )

L’Iliade, così come l’Odissea, è composta da 15.696 versi divisi in 24 libri. Non proprio un tascabile, per questo a scuola si leggono dei brani e/o delle riduzioni. E qui si apre un mondo.
Ho letto e sfogliato varie versioni dell’Iliade per bambin* e ragazz*. Non mi riferisco ai testi scolastici, ma ai libri che i/le giovani lettori e lettrici possono trovare in biblioteca e in libreria e leggere in autonomia. Perché gli/le appassionat* di epica sono tantissim*. Ho trovato una sola versione, ma spero non sia l’unica, che si prende la briga di contestualizzare il ruolo delle donne in questa storia. 

Omero, che ci ha raccontato la drammatica e cruenta guerra che vede protagonisti eroi e dei. E a dirla così sembra una storia tutta maschile. Invece, le donne – Elena, Ecuba, Andromaca – e le dee – Afrodite, Atena, Era – giocano ruoli importantissimi. In questa narrazione […] le troverete al centro della vicenda, protagoniste e vittime al tempo stesso di un’epoca leggendaria e feroce.

Si tratta della versione dell’Iliade di Luisa Mattia – guarda un po’, una donna – per La Nuova Frontiera Junior.
Se è vero che può avere poco senso usare un metro di giudizio contemporaneo per valutare le condizioni delle donne nell’antica Grecia, è anche vero che queste riduzioni sono destinate a ragazze e ragazzi che vivono nella nostra epoca. E dunque la domanda di Giada sulle schiave trattate come oggetti è più che legittima.

Chi racconta la storia? ( 2 )

Chi racconta ha potere. Molto più spesso, chi ha potere racconta.
La peregrinazione tra le varie riduzioni di Iliade e Odissea mi ha fatto tornare a sfogliare un vecchio libro di Chris Brazier il cui titolo è tutto un – interessantissimo – programma: Insegnare la storia come se i poveri, le donne e i bambini contassero qualcosa.
Perché la storia, e spesso anche le storie, sono raccontare da chi è in una posizione di potere. Come ha fatto notare Marco, a cui non manca il dono della sintesi: — Il problema è che erano schiavi.
Scrive Chris Brazier:

Tutti noi conosciamo dei pezzetti di storia, senza sapere come siano collegati tra loro.
Me ne sono reso conto quando, cercando di mettere ordine in soffitta tra le carte del mio passato, mi sono imbattuto nelle ricerche di storia che avevo fatto a scuola. Trattavano quasi tutte di guerre: pagine e pagine sugli schieramenti delle truppe del duca di Marlborough nella battaglia di Blenheim, interi capitoli sulle diverse fasi delle guerre napoleoniche. […] Che spreco di entusiasmo, aver consumato tutta quell’energia studiando campagne militari in un angolino d’Europa, quando si poteva curiosare in tutto il mondo e in tutti i tempi… 
La scuola non mi ha insegnato quasi nulla della storia dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina. Con l’eccezione di qualche regina, non ho imparato nulla della storia delle donne, che è rimasta per millenni sommersa da un fiume ininterrotto di guerre e politiche maschili, e soltanto oggi inizia a riemergere. E ben poco mi è stato detto delle esperienze quotidiane della gente comune nel corso dei secoli, di coloro che hanno perso la vita costruendo le piramidi, o l’hanno passata arando i campi intorno al castello.

Si potrebbe obiettare che Brazier si riferisce alla storia, io alle storie. In realtà, che i fatti raccontati siano reali o inventati, sempre di narrazione si tratta. 

Di cosa parlano le storie? ( 1 )

La storia per troppo tempo ha raccontato gli eventi solo dal punto di vista dei vincitori.
Le storie spesso narrano le gesta di eroi, ovvero di chi è al di sopra degli altri. Protagonist* con forza/bellezza/intelligenza fuori dal comune, poteri magici, nobili origini… Insomma, una netta minoranza.
E tutti gli altri? Ci sono gli antieroi, si potrebbe pensare, che però hanno qualità opposte a quelle degli eroi ed eroine, e dunque anche loro si distinguono e formano un’altra netta minoranza.
Poi ci sono i poveri, le donne e i bambini citati da Brazier, oppure gli sconfitti ridotti in schiavitù di cui si parla nell’Iliade. Il racconto tradizionale degli sconfitti ha caratteristiche precise, come i tratti tragici e la dignità nell’accettare la sottomissione al vincitore. 
Sherman Alexie, scrittore nativo americano, racconta questi tratti con estrema precisione nella poesia How to Write the Great American Indian Novel. (La traduzione di questa poesia è di Giorgio Mariani, e si trova alla fine del pdf.)
John Leguizamo, nella sua brillante stand-up comedy Latin History for Morons, racconta la storia dell’America Latina dal punto di vista dei conquistati, e non dei conquistadores.

Di cosa parlano le storie? ( 2 )

Sherman Alexie e John Leguizamo non sono gli unici, per fortuna, a dare voce a chi non è tradizionalmente considerato al di sopra degli altri.
Con i miei studenti dei corsi sullo scrivere di sé discutiamo spesso di questo argomento: vale la pena raccontare una vita comune? Se sì, come farlo? Dal mio punto di vista cosa raccontare ha un peso parziale. Molto più importante è come si racconta. Il come può rendere straordinario anche il racconto di un giorno come tanti. 
Oltre alla capacità dei narratori sono importanti anche la sensibilità e la maturità del pubblico. Perché se il pubblico è curioso, si interroga, ha spirito critico, non si accontenta più di una storia unica, come la chiama Chimamanda Ngozi Adichie. A questo pubblico non basteranno le storie appassionanti degli eroi e dei supereroi.
Chiederà anche narrazioni diverse, che raccontino le vicende della gente comune; vorrà ascoltare, leggere, vedere anche l’altra versione, quella dei vinti, degli ultimi. Ed ecco che le storie dei nativi americani, delle Criseide e delle Briseide, diventeranno finalmente patrimonio di tutt*.
I miei giovani, accaniti giocatori di Fortnite stanno già chiedendo queste storie. Ora sta a noi raccontarle, non deludiamoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *