L’INCONTRO di Renato Camboni

Racconto autobiografico scritto durante il corso online Writing Life per Scuola Holden.


Ho conosciuto Shahao il pomeriggio del 31 luglio di quest’anno, in una sala al nono piano di un palazzo dei servizi sociali di Guangzhou, capitale della provincia cinese del Guangdong.

L’aria condizionata teneva fuori dall’edificio il caldo umido, tanto opprimente da fermare il respiro. 

Una lunghissima attesa accompagnata da paure, speranze, gioie, si concludeva in quello stanzone. Divani e sedie accostati alle pareti della stanza, un palco in un lato, il pavimento bianco e nero lucido illuminato da una fredda luce al neon.

Fummo fatti sedere in un lato della stanza. Mentre due funzionari parlavano con noi e la nostra guida Elvin, da una stanza vicina entrò una coppia di bambini adottati da una famiglia americana che sedeva dalla parte opposta dello stanzone. Sbirciammo dalla porta rimasta aperta. C’era Shahao, uguale alle fotografie che ci avevano inviato.

Cominciammo a leggere e firmare documenti, ascoltando notizie in un inglese improbabile. Fra una firma e l’altra, Shahao entrò nella sala sparato come una palla di cannone, ignorandoci e dirigendosi verso lo zainetto colorato pieno di dolci e il regalo che avevamo per lui.

Mentre Cinzia firmava documenti cercando di interpretare l’inglese parlato dai funzionari cinesi, io seguivo Shahao cercando di strappargli almeno uno sguardo. Dolce in una mano e telecomando della macchinina nell’altra, imperversava per tutto il piano.

Andammo via dopo un paio d’ore e qualche fotografia di rito davanti alla bandiera cinese. Shahao aveva capito che qualcosa stava cambiando perché si rifiutò di salire in ascensore. Dietro suggerimento di Elvin, lo presi in braccio ed entrai di fretta in ascensore, non appena si aprirono le porte.

Nel van che ci riportava in albergo, Shahao sembrava tranquillo. Guardava  il  fiume di auto che si muoveva stanco nel grigio e nel caldo di Guangzhou.
Elvin gli parlava in continuazione. La sua voce dolce e la cantilena cinese sembravano ipnotizzare il bambino. 
Piccolo, con gli occhiali, Elvin con la sua dolcezza e sensibilità fu importantissimo in tutta la nostra settimana a Guangzhou, aiutandoci a superare molte barriere con Shahao.

Shahao era il bambino minuto e dallo sguardo sveglio che avevamo visto nelle foto. La Cina gli aveva chiuso il palato aperto e le fessure sulle labbra con cui era nato. Forse la parola era un lusso superfluo e l’ultimo intervento per permettergli di parlare non era stato effettuato. Lo sapevamo.
Dei suoi primi sette anni di vita si portava dietro solo quel che aveva addosso: una maglietta, i pantaloni corti, le mutande, i sandali. Non un oggetto. Non un gioco.

In albergo, quando Elvin lasciò la nostra stanza, Shahao raccolse zainetto e regalo per andargli dietro. Lo convincemmo a stare con noi. Volle però che tenessimo la porta della suite aperta. Passammo poi ore interminabili, in giro per l’enorme hotel.

A sera, di nuovo in stanza, chiudemmo la porta. Lui raccolse le sue cose e cercò di uscire a tutti i costi. Per almeno due ore pianse in  maniera disperata, rotolandosi, sbattendo la testa per terra, urlando e riprendendo fiato per poi ricominciare a piangere ed urlare la sua disperazione inconsolabile.

Poi, grazie al tablet e qualche gioco alienante, ritrovò la calma. Quindi, raccolse le sue cose e invece di dirigersi verso la porta, andò verso il bagno e il letto, pronto a cominciare un nuovo pezzo della sua vita.

L’ansia, l’angoscia e il dolore per il parto di questa nuova famiglia ci tennero svegli tutta la notte. Al mattino tutto era stato sostituito dalla voglia di cominciare a camminare per la nuova strada e scoprire come sarebbe stata la nostra nuova vita. Tutti e tre insieme.

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